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Lo Spazio

Sert e dipendenze: qual è la situazione in provincia?

Ombretta Turello, educatrice e responsabile del servizio di riduzione del danno per la provincia di Alessandria, ci guida alla scoperta del Sert, indispensabile realtà sul territorio per il contrasto a ogni forma di dipendenza. In aumento i problemi legati al gioco e ai social network. Drammatica la situazione in carcere. Allarme 2014
LO SPAZIO - In provincia di Alessandria il Sert conta 7 sedi, per un totale di circa 2000 persone aiutate ogni anno (800 solo nel capoluogo, alle quali si aggiungono le persone con dipendenze ospiti dei due istituti di detenzione). Abbiamo incontrato Ombretta Turello, educatrice professionale e responsabile delle attività di riduzione del danno del capoluogo per fare un bilancio dell’anno appena trascorso e di come stia cambiando il quadro delle dipendenze in Italia. 

Come funziona il Sert?
Il Sert è il servizio garantito dal Sistema Sanitario Nazionale che ha l’obiettivo di affrontare i fenomeni di dipendenza, siano essi legati a sostanze, come nel caso della tossicodipendenza o dell’alcolismo (ma anche del tabagismo), o di natura diversa, soprattutto gioco d’azzardo e dipendenza da internet, come nel caso dei social network. In più ci occupiamo anche del settore carcerario, dove abbiamo in carico circa 300 persone fra i due istituti di Alessandria (San Michele e Don Soria ndr), cioè circa la metà dei detenuti.

Chi si rivolge ai vostri servizi?
All’interno del carcere le persone seguite sono soprattutto straniere, considerando che la maggior parte dei detenuti non è italiana. Si tratta di una situazione particolarmente drammatica, perché non avendo spesso né permesso di soggiorno né documenti gli stranieri reclusi sono esclusi da qualsiasi percorso di reinserimento. Al di fuori dal carcere la percentuale di stranieri si abbassa, attestandosi intorno al 10%. In generale l’utenza è prevalentemente maschile ma le donne sono in costante aumento. Prima il rapporto era di 5 a 1, ora ogni 3 maschi c'è una femmina. Le donne storicamente si rivolgono a noi soprattutto per problemi legati all'alcolismo. Il Sert è sicuramente un servizio complesso: nel capoluogo seguiamo tutte le diverse fasi del contrasto alle dipendenze, a partire dalla prevenzione per arrivare alla cura, alla fase di riabilitazione e alla riduzione del danno. La prevenzione viene fatta soprattutto nelle scuole: gli interventi riguardano tanto gli studenti quanto gli insegnanti. Il nostro obiettivo è lavorare con chi più facilmente viene a contatto con i ragazzi: professori, animatori, allenatori e chiunque possa intervenire preventivamente. Per quel che riguarda la cura facciamo interventi di disintossicazione, utilizzando strumenti come l'inserimento in comunità. Una parte delle nostre attività riguarda servizi di counseling e di coordinamento di altre realtà presenti sul territorio. La fase di riabilitazione si svolge in parte nelle comunità e in parte all'esterno, con inserimenti lavorativi e altri interventi rivolti alle persone più motivate a un percorso di reinserimento attivo nella società. 

Cos’è la riduzione del danno?
E' il servizio che si pone l'obiettivo di limitare o contenente i rischi di chi consuma sostanze stupefacenti e delle persone che lo circondano. Le prime strategie a riguardo furono avviate circa 15 anni fa. L'Italia rispetto ad altri paesi europei, specialmente del Nord Europa, è un po' in ritardo. I primi interventi risalgono agli anni '80, sull'onda della diffusione del virus HIV. Il principio che sta alla base di questo tipo di interventi è semplice: prima ancora di pensare alla riabilitazione e alla cura si è pensato al contenimento dei fenomeni in aumento e all'arresto della mortalità. L'obiettivo dei servizi di riduzione del danno è mettere in condizione chi consuma sostanze di farlo (in attesa che smetta) senza colpire in maniera permanente la propria salute fisica e senza causare rischi alle altre persone, ad esempio abbandonando siringhe usate in strada o adottando comportamenti pericolosi. Questi servizi sul piano politico sono stati lungamenti osteggiati, ma dal 2000 ad Alessandria abbiamo cominciato attività strutturate in questa direzione. Nel 2012 il Drop in è stato frequentato mediamente da 35 persone ogni giorno (ogni 4 maschi 1 femmina). Sono state distribuite circa 24000 siringhe sterili, con una percentuale di restituzione del materiale usato di circa l'85% (un risultato ottimo rispetto alla media nazionale). Abbiamo donato circa 1000 profilattici ed effettuato una quarantina di test di gravidanza. Il Drop in è il nostro servizio di "bassa soglia", quello che accoglie i tossicodipendenti attivi e offro loro, oltre al materiale sterile, anche un servizio di ascolto e orientamento. Spesso si tratta di persone che vivono in strada, che indirizziamo alla Caritas, al Cissaca, alla Comunità di San Benedetto o alle altre realtà che operano in rete con noi. Due volte a settimana facciamo anche un giro per la città monitorando quei luoghi dove sappiamo che il consumo di sostanze stupefacenti è maggiore. In questo modo cerchiamo di essere anche un'antenna sul territorio, utile per capire i reali rischi che si stanno correndo. Siamo fra i primi a sapere se arrivano partite di droga tagliata male, per esempio, fenomeno che può essere immediatamente mortale per i consumatori. 

Come è cambiato il vostro impegno nel tempo?
Sono nate nuove forme di povertà e di emarginazione grave. La tossicodipendenza è un problema molti fattoriale e multi causale, un problema complesso che riguarda tutta la società e non solo chi ne viene colpito. La vera strategia per combattere le dipendenze è un percorso di rete che coinvolga diversi servizi sul territori.
In questo periodo è in corso una profonda crisi socio economica e, proprio quando i servizi sarebbero più utili, si trovano a operare sempre con meno fondi e con costanti tagli dei fondi a disposizione: si tratta di un atteggiamento miope da parte delle istituzioni che aumenta i problemi invece che contribuire a risolverli. 

Possiamo fare un bilancio dell’anno passato?
A fronte di problemi che restano costanti nel tempo si sono affacciate nuove dipendenze che stanno assumendo percentuali davvero preoccupanti. Il numero di persone seguite è più o meno lo stesso, ma spesso per problemi differenti rispetto al passato. Ora a spaventare sono anche i fenomeni legati al gioco d'azzardo e al consumo compulsivo di internet e dei social network. Il vero problema è offrire a queste persone reali strategie di uscita. A molti manca il lavoro, e noi siamo sempre meno in grado di far fronte a questa emergenza sociale, offrendo tirocini professionali protetti o inserimenti in comunità e spazi tutelati. Fra i maggiori problemi c'è anche quello abitativo. Se l'anno scorso è già stato un anno molto pesante, quello appena iniziato rischia di essere davvero drammatico. Quello del mantenimento di una casa in cui vivere sappiano non essere solo un problema di chi ha dipendenze ma di tutta la società. Per tentare un bilancio ecco i dati dei nostri interventi rispetto al 2012: l'anno scorso abbiamo seguito ad Alessandria 508 tossicodipendenti, 216 alcoldipendenti, e 30 persone con dipendenze legate al gioco o ad altre tipologie. Nel 2006, giusto per offrire un raffronto, i tossicodipendenti erano stati 395, gli alcoldipendenti 143 e nessun giocatore d'azzardo. 

Quanto sono preoccupanti le nuove dipendenze?
Lo sono eccome. Soprattuto internet e il fenomeno del gioco d'azzardo. Le persone coinvolte sono spesso molto giovani e il consumo compulsivo di social network può portare i ragazzi a tagliare quasi completamente i contatti con la realtà, relegandoli solamente alla sfera virtuale e impedendo loro di investire altre energie al di fuori del web. Per quel che riguarda la dipedenza da gioco, l'ambiguità è proprio insita nel nostro sistema: da un lato investe (o dovrebbe investire) risorse per combattere il fenomeno, dall'altro però né investe ben di più per pubblicizzare quegli stessi sistemi di gioco che possono provocare la dipendenza. Un sistema schizofrenico, costoso e molto pericoloso. Chi pensa che la dipendenza da gioco sia meno grave delle altre purtroppo sbaglia, anche perché l'esperienza ci dice che riduce le persone sul lastrico, mandando in crisi tutti gli aspetti della loro vita. Con il tempo ci siamo resi conto che esiste una certa vergogna ad ammettere il problema, ma pubblicizzando i servizi di aiuto piano piano veniamo contattati da sempre più persone. 

Che lavoro è quello di operatore al Sert?
E' difficile rispondere a questo domanda. Io ormai lo faccio da molti anni e molte persone si chiedono come sia possibile. Certamente è una professione usurante e faticosa, ma non è un lavoro speciale, almeno se consideriamo normale che una società civile e che funziona preveda un servizio capace di mettersi al fianco delle persone con difficioltà. Ciò che non è normale è semmai l'assenza di solidarietà e ascolto per chi ha bisogno e viene ignorato. Spesso il nostro finisce però per essere un lavoro frustrante, perché oltre all'offerta di ascolto non sempre riusciamo ad andare. Non è comunque poco, ma servirebbero anche strumenti concreti di intervento che non sempre abbiamo a disposizione, specie quando i fenomeni di grave difficoltà legata alla crisi aumentano e le risorse d'intervento invece che potenziate vengono sistematicamente ridotte. È comunque un lavoro che arricchisce molto, anche perché, a differenza di ciò che si potrebbe pensare, le persone che arrivano qui da noi non appartengono allo stereotipo che si ha del "tossico". Ci sono storie di vita diversissime, caratterizzate da persone che hanno grandi problemi ma anche grandi risorse e creavità, spesso solo da tirar fuori. Quello del Sert è davvero uno spaccato sul mondo, grazie al quale non si smette mai di conoscere, imparare, stupirsi.
27/02/2013
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