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Opinioni

Gli italiani non sono tutti uguali

Anno dopo anno fa sempre più male accorgersi che la ricorrenza del 25 aprile è sempre meno sentita, se non violata da discorsi, da tesi, da posizioni che più che da serie riflessioni storiche sono sostenute da superficialità, pressappochismo, se non da vera e propria becera ignoranza
OPINIONI - Mancano pochi giorni alla ricorrenza del 25 aprile e ancora una volta mi ritrovo a pensarci e a scriverci. Anno dopo anno fa sempre più male accorgersi che questa data è via via sempre meno sentita, se non violata da discorsi, da tesi, da posizioni che più che da serie riflessioni storiche sono sostenute da superficialità, pressappochismo, se non da vera e propria becera ignoranza. Perdonate qualche aggettivo un po' forte, ma quando mi toccano la Resistenza e la Liberazione mi parte alto lo sdegno da partigiana convinta, Maria Angela Damilano, nome di battaglia Franchetta.

Quando si iniziano a fare dei distinguo, quando si inizia a rimescolare tutto in un grande calderone chiamato "revisionismo" non solo si perde di vista la verità, che non è fatta di brandelli, ma si perdono di vista dei valori, facendo diventare l'etica acquetta, diluita ed insapore.

Dico questo per ricordare che quei due anni, non solo di occupazione tedesca, ma anche di "guerra civile" ricordiamo celo, operarono una linea di demarcazione tra chi era di qui e chi era di là, tra chi era nel giusto e chi rimaneva nello sbagliato.

Certo ci sono le storie dei singoli, le mille giustificazioni, ma nulla può cambiare il dato di fatto, cioè che nel giusto fossero coloro che combattevano per la libertà e per la democrazia contro una dittatura marcia fino alle radici.

Tra gli eroi e i vigliacchi, spie ed assassini di innocenti, c'era e c'è tuttora la grande massa degli ignavi, come li chiamava Dante, o degli indifferenti, come li chiamava Gramsci, anche loro Italiani, ma di infima serie, nella loro povertà morale.

E allora qualche piccola storia può aiutare a ricordare, può aiutare a ritrovare il senso del 25 aprile, quello di fare la scelta, quella giusta, e sentirsi fiero di essere in quella "folta schiera". Benedicta. Sono le Camicie Nere di Genova (i nomi dei morti li conosciamo, i loro no) che fucilano i partigiani facendo prima scavare loro la fossa. Si fanno avanti loro coi Tedeschi, coi Nazisti: "Lo facciamo noi" e così cinque a cinque ammazzano ragazzi come loro, che parlano magari con la stessa cantilena del dialetto ligure. Le fosse sono là, una cappelletta segna il punto della rupe dove avvenivano le esecuzioni, i ruderi della Benedicta si ergono al cielo con alcuni spuntoni che sembrano voler colpire il cuore di chi li osserva.

Chicchirichì. Era il nome di battaglia di Virginio Arzani originario di Viguzzolo presso Tortona, partigiano ferito nella battaglia di Pertuso e in fase di trasferimento in Val Trebbia.
I suoi assassini furono Italiani.

A Cerreto di Zerba si sparò su dei feriti in barella contro ogni regola militare, con un gesto feroce, vigliacco. Ancor più vigliacco sapendo che pochi giorni prima del drappello di giovani Repubblichini di Novi Ligure, tutti ventenni, catturati dai partigiani di Chicchirichì, non era stata versata una goccia di sangue, ma come raccontava Cucciolo, giunti a Cosola, erano stati liberati, per la profonda pena nei confronti dei loro giovani anni.

Sant'Anna di Stazzema. I pochi superstiti hanno raccontato di persone col volto coperto, che parlavano italiano, addirittura in dialetto versiliese. Dichiarazioni di testimoni oculari, utilizzate durante i processi: “Dal punto dove ero nascosto sentivo parlare anche in italiano” (F.B., superstite dell’eccidio). “Vedi che c’è qui se te sorti! Mi disse un individuo in tuta mimetica che impugnava una pistola, mentre cercavo di uscire dalla casa” ( B.B., superstite dell’eccidio). “Dai mora! Gridava un milite che trascinava una mucca” (E.M., superstite dell’eccidio).

Marzabotto. L’operazione di Monte Sole fu condotta dalle forze di occupazione, la 16° divisione delle SS appoggiata da reparti della Wehrmacht e con il supporto di spie locali e SS italiane, “Ce n’era qualcuno che parlava in dialetto” ricorderanno alcuni superstiti.

Fondotoce (Intra) Parla Carlo Suzio di Pallanza, unico superstite dell'eccidio: "Ai tedeschi succedono i fascisti che vengono a montare la guardia ed io resto sempre immobile. Un giovane fascista esclama: "Abbiamo tutto da imparare noi dai tedeschi ". Tirano anche loro delle raffiche al nostro indirizzo. Sento ancora dei rantoli, sangue che gorgoglia, che zampilla come da fontanelle. Uno di noi geme ancora forte. Un fascista gli scarica l'arma addosso".

Potrei continuare a lungo, ma questo basta. Gli Italiani non sono tutti uguali.
21/04/2016
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