Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Opinioni

Riflessioni personali di un profugo giuliano

Sono nato a Fiume, 4 mesi prima della firma del vergognoso trattato di pace, voluto soprattutto dagli Usa perché Tito avrebbe potuto instaurare una politica antistaliniana. Quindi sono italiano e profugo giuliano-dalmata...

OPINIONI - Sono nato a Fiume, 4 mesi prima della firma del vergognoso trattato di pace, voluto soprattutto dagli Usa perché Tito avrebbe potuto instaurare una politica antistaliniana. Quindi sono italiano e profugo giuliano-dalmata. Mio padre fece il servizio militare in Albania a 20 anni nel ’38, invasa dall’Italia affinché Vittorio Emanuele III potesse fregiarsi del titolo di re di quel paese, roccioso, popolato da pastori all’età della pietra: ai nostri soldati catturati dai partigiani albanesi venivano tagliati orecchie naso dita genitali e lasciati morire così.

In Grecia sappiamo com'è andata: senza l’intervento tedesco l’esercito italiano sarebbe stato ributtato in mare. “Spezzeremo le reni alla Grecia” aveva detto Mussolini. Mio padre si salvò perché prese la malaria e fu rimandato a Fiume, dove, essendo ragioniere, diventò presto capo del personale e poi vicedirettore della più importante industria della città, il Silurificio, che aveva circa mille dipendenti, fondato nel 1876 e voluto dall'imperatore Francesco Giuseppe, che aveva il ciclo di lavorazione completo: fonderia, caldareria, lavorazioni meccaniche, assemblaggio e sperimentazione. Per 70 anni vendette siluri in tutto il mondo. Nel 1933 entrò l'IRI e poi la Comit. Dopo l’8 settembre 1943, l'armistizio badogliano, tutta la zona fu annessa direttamente al 3° Reich.

Mio padre, avvalendosi del suo ruolo nell’industria bellica, aiutò l’eroico Giovanni Palatucci, questore di Fiume (morto a Dachau, dopo che fu scoperto), a salvare alcuni ebrei. In Istria le foibe (cavità carsiche profonde fino a 200 metri), ebbero due momenti, il primo nel settembre del 1943, il secondo dal 1945 in poi. Nel primo periodo si calcolano 500 fra morti e dispersi, provocati dal'insurrezione popolare: podestà, gerarchi fascisti, proprietari terrieri, altri fascisti veri o presunti. Nelle seconde foibe invece si calcolano oltre 5mila morti, provocati dai titini croati, alcuni gettati ancora vivi insieme ai cadaveri. Sono state contate 36 foibe. L’esercito inglese, in particolare il reparto neozelandese, che aveva il comando militare della città libera di Trieste, Zona A e B, fece finta di non vedere. I primi a essere buttati nelle foibe dai partigiani croati, dotati di una propria polizia politica l'Ozna, furono proprio i comunisti italiani del Cnl, quelli che non volevano l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia (vedi il libro di padre Flaminio Rocchi, storico titolato, anticomunista), contravvenendo all'ordine di Togliatti, il quale aveva fatto un patto con Tito affinché tutta l'Istria divenisse jugoslava.

Del resto va ricordato che i soldati italiani nei Balcani, in Istria e in Slovenia, come gli ultimi studi (tra i precursori il saggio della valenzana Giorgia Manca “Lettere dal fronte: i soldati italiani nella Iugoslavia occupata aprile 1941-luglio 1943”, rielaborazione di un capitolo della sua tesi di laurea, di ricerca su materiale dell’Archivio di Alessandria, di 350 pagine, pubblicato, per volere di De Luna, Agosti e Collotti, dalla maggiore rivista storica italiana “Passato e Presente”n.68/2006, la quale, documenti alla mano, rileva l'infondatezza del mito “italiano brava gente”) hanno dimostrato che i soldati italiani (non tutti) commisero in Iugoslavia crimini atroci, uccisioni, violenze, stupri, incendi di interi paesi ecc. Fin dalla Repubblica di Venezia, gli italiani occupavano la costa, l’interno apparteneva a sloveni, croati, serbi.
In questo clima ricordo la terribile tragedia di Porzus (Friuli), dove 17 giovanissimi partigiani, perlopiù cattolici della Brigata Osoppo, furono uccisi nel febbraio 1944 da partigiani comunisti italiani, in combutta con quelli croati.

Tra gli assassinati, Guido, il fratello 20enne di Pasolini, che scrisse questa commovente poesia, da me spesso proposta a scuola:
Vicina agli occhi e ai capelli sciolti
sopra la fronte, tu piccola luce,
distratta arrossi le mie carte.
Adolescente ardevo fino a notte
col tuo smunto chiarore , ed era strano
udire il vento e gl’isolati grilli.
Allora, nelle stanze smemorati
dormivano i parenti, e mio fratello
oltre un sottile muro era disteso.
Ora dove egli sia tu, rossa luce,
non dici, eppure illumini; e sospira
per le campagne inanimate il grillo;
e mia madre si pettina allo specchio,
usanza antica come la tua luce,
pensando a quel suo figlio senza vita.

Togliatti ordinò il silenzio sui fatti di Porzus.  La documentazione fornita dalla sigra Bocchio (corriere alessandrino) sul caso Palatucci è davvero utile e interessante, ma in essa trovo elementi che confermano il mio disaccordo. Palatucci a Fiume era noto e amato dalla popolazione, per la sua disponibilità, veniva chiamato questore, anche se era il funzionario addetto all’ufficio stranieri. Mio padre si fidava di lui, e non era certo uno sprovveduto: capo del personale a 25 anni di una fabbrica con mille dipendenti. Anche mio padre era famoso: campione dilettanti pesi piuma (a Fiume c’era una delle migliori scuole pugilistiche d’Italia) selezionato per le Olimpiadi, cancellate dalla guerra. A Genova talvolta un signore sconosciuto sentiva il mio nome e diceva: “Ti ze el fio del pugile?”. Mio padre non parlava mai del rischio che aveva corso, per il pudore dei sentimenti, e si vergognava pure di aver partecipato, per l’obbligo di leva, alla guerra in Albania.

Le seconde foibe furono una carneficina spaventosa e indiscriminata: civili, donne, preti, fascisti veri o presunti, oppositori, ad opera dei partigiani croati, che erano stati armati nel ‘42/’43 da Churchill in funzione antitedesca. Trieste ridiventò da città aperta, di fatto nelle mani sanguinarie dei comunisti croati, italiana solo nel 1954. Dal 1943 in avanti irca 450mila profughi giuliano-dalmati arrivarono in tutte le città italiane, ospitati come si poteva, poi furono costruite per loro le case popolari (in Alessandria il quartiere Norberto Rosa al Cristo), spesso malvisti perché venivano a rubare il pane agli italiani. Su tutto fu steso un velo di silenzio, voluto dalla Nato nel complicatissimo periodo della guerra fredda. I governi italiani rispettarono la consegna. La mia famiglia, essendo mia madre, Branchetta, discendente di una famosa famiglia di fabbricanti e commercianti di cappelli, ormai in crisi, dipendente Inail, coi titoli di segretaria d’azienda e infermiera professionale, potè scegliere la città: Genova. Mio padre lavorò come contabile in porto, poi per concorso fu assunto dalla Mobil Oil Italiana; quando questa nel ‘67 fu trasferita a Roma, divenne finalmente direttore del reparto contabilità (la Mobil Oil, oggi fusasi con la Esso, possedeva la più grande raffineria d’Europa a Napoli, con miliardi di fatturato): mio padre era responsabile dei bilanci consuntivo e preventivo; i conti venivano fatti a mano e con le calcolatrici a manovella; non sbagliò mai una volta, ma a dicembre/gennaio era intrattabile. Andò in pensione con l’ultimo cospicuo stipendio, e tornò a Genova, morendo a 62 anni di pancreatite, nel 1980. Votò sempre per la D.C., pur avendo un figlio sessantottino, del movimento studentesco però, non dei gruppi successivi.

Mi piace ricordare che Fiume fu, ed è ancora grazie agli italiani rimasti, una città attiva sia sul piano sportivo (il marciatore Pamich medaglia d'oro alle olimpiadi di Tokio, il pugile Loi, campione del mondo, Sirola tennista del doppio con Pietrangeli ecc.) sia culturale. Ladislao Mittner, autore della monumentale “Storia della Letteratura Tedesca”, edita da Einaudi, testo adottato nelle università tedesche, era di Fiume, insegnò a Venezia Ca' Foscari, allevando una generazione cospicua di germanisti (Baioni, massimo studioso di Kafka, Bevilacqua, massimo studioso di Paul Celan ecc.).

Il numero esatto dei profughi giuliano-dalmati non si saprà mai, l’esodo è cominciato nel 1943, ha avuto il suo picco nel 1947/48, è proseguito fino ai primi anni ‘50. La maggior parte è venuta via col consenso del governo croato-titino-jugoslavo, che aveva interesse a liberarsi degli italiani; la mia famiglia si trasferì a Genova con un camion, portando anche i mobili, sistemata provvisoriamente alla Villa Gentile di Sturla, che fungeva da prima accoglienza, una famiglia per stanza. Sempre a Sturla fu costruito presto il villaggio profughi, case popolari, piccole. Noi fummo più fortunati, perché mia madre, impiegata all’INAIL, Ente parastatale, ottenne un appartamento nel palazzo dell’Inail a Carignano. Però, arrivati a Genova nel 1947 fummo registrati in Prefettura solo nel 1950. Il più grande villaggio profughi d’Italia fu costruito a Roma, Villaggio Giuliano Dalmata vicino all’Eur. Per dire, un gruppo fu ospitato a Fossoli, il campo di smistamento usato dai tedeschi per i treni destinati in Germania, ci finì anche Primo Levi; l’altro era a Bolzano.

Molti profughi fuggirono clandestini via mare, era sufficiente saltare Trieste e sbarcare ovunque tra Venezia e Chioggia. Parecchi andarono all’estero, in Australia soprattutto, Argentina e Canada. Per sapere il numero esatto almeno in Italia, bisognerebbe che si attrezzassero le Prefetture, con una ricerca d’archivio. Il mio atto di nascita è registrato alla Prefettura di Genova. Oltre all’Istria, con Trieste (ex porto di Vienna ai tempi d’oro, ricchissima), Fiume (il porto di Budapest), Pola (porto militare), Capodistria e Rovigno all’interno, c’erano anche le isole del Quarnaro (oggi turistizzate, giustamente), e almeno Zara e Spalato, in Dalmazia, avevano una numerosa componente italiana, fin dai tempi dei Dogi.

In Italia i profughi furono visti male, con alcuni episodi sgradevolissimi, insulti allo sbarco a Venezia e Ancona, perché ritenuti fascisti; a Bologna i comunisti impedirono con un picchetto il rifornimento alimentare al treno che li trasportava al Sud. Furono approntati 120 campi di accoglienza, o meglio ricoveri di fortuna, gli ultimi 15 chiusi nel ‘63/’64 (Raoul Pupo, pp. 205/13), perché era l’Italia poverissima della ricostruzione del dopoguerra; inoltre, va detto, i comunisti italiani odiavano i profughi, influenzati dal mito dell’Urss tambureggiato ogni giorno dall’Unità: ma come, scappate dal Paradiso dell’uguaglianza, dell’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione ecc. Alcuni capi politici croati, che gestirono tutta l’Istria, Trieste compresa, grazie all’indifferenza altezzosa dell’esercito inglese (che non aveva certo dimenticato l'incredibile eroica resistenza delle truppe italiane in Libia) non erano comunisti, erano prima di tutto delinquenti.

I miei nonni rimasero a Fiume, come un fratello e una sorella di mio padre, che sposò (era la più piccola) un croato, bravissima persona, suscitando lo sdegno di mio padre, che era antifascista, ma soprattutto anticomunista. Suo figlio, mio giovane cugino, frequentò l'Università Cattolica a Milano. Un fratello e una sorella si stabilirono a Milano, un altro fratello a Pisa. Mio padre non volle più tornare a Fiume, neppure per una gita, aveva faticato a ottenere il permesso di andarsene, essendo un quadro dirigente, di cui i croati, al 90% analfabeti, allora, avevano bisogno. Mia madre invece, rimasta vedova ci andò spesso con l'Associazione Giuliano Dalmata di Genova. Come abbia fatto mio nonno, ferroviere, a mantenere cotanta famiglia, solo Iddio lo sa. Ma erano i tempi. Per concludere la cifra di 250mila è sottostimata, quella che si avvicina a 450mila la più credibile, contati in 11 anni, dal 1943 al 1954, quando Trieste diventò italiana. Gorizia fu tagliata in due, metà all’ Italia, metà alla Slovenia: vedi i romanzi ricordo del grande Boris Pahor, il quale italiano scrive deliberatamente in sloveno, perché non vuole scindere le sue due etnie.

Giovanni Palatucci, un eroe lo definisce Amos Luzzatto, Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, membro della polizia italiana, laureato in Giurisprudenza a Torino, inviato a Fiume nel 1937, morto a Dachau a 36 anni, medaglia d'oro al valor civile, canonizzato dalla Chiesa, riconosciuto da Israele tra i giusti delle nazioni, fu considerato un altro Perlasca. Recentemente è stato sollevato un caso contro di lui, che mi lascia perplesso e, fino a prove, esibite, non solo affermate, in disaccordo.

L'intervento del centro Primo Levi (nome usurpato, suppongo, perché Primo Levi non avrebbe tollerato centri a lui intitolati) di New York, che ha cancellato Palatucci dal proprio Museo dell'Olocausto, parla di documenti che nessuno ha potuto vedere. Il giornalista del N.Y.T. afferma che "Palatucci avrebbe aiutato i tedeschi a identificare gli ebrei da rastrellare”, senza specificare chi ha detto la frase. Questo non è giornalismo., e tantomeno storia. Ancora più inattendibile la Yad Vashem di Gerusalemme, che ha tolto il suo nome dall'elenco dei giusti, nome inviso perché era cattolico e beatificato dalla Chiesa.

Esemplare per queste manipolazioni, in funzione antipalestinese, il caso Eichmann, il processo del quale, tenuto a Gerusalemme nel 1961, fu spettacolarizzato al massimo. Lo sostiene Hanna Arendt, che vi ha partecipato come giornalista, sempre più disgustata dalla manipolazione e strumentalizzazione messe in atto da Israele. Le sue cronache sono diventate un libro, "La banalità del male" (1964), inquietante e attuale. Attenzione: la Arendt non mette in dubbio che Eichmann fosse un criminale, "privo di idee, meticoloso esecutore dello sterminio (organizzava l'individuazione degli ebrei e dirigeva il calendario trasporti verso i campi di sterminio da tutta l'Europa occupata dai tedeschi), ma mette in discussione le modalità, i fini, e i fondamenti giuridici del processo, con argomentazioni inoppugnabili.

Preferisco l'equilibrato giudizio dell'autorevole prof. Michele Scarfatti, del Centro di Documentazione Ebraica di Milano: "Palatucci non ha mai arrestato alcun ebreo; la sua azione è stata ingigantita dall'immaginario popolare: non si tratta di ribaltare un mito trasformandolo da eroe in aguzzino, ma di dargli la giusta dimensione, perché la santificazione ha preceduto la ricerca". Mancano i documenti, e lo credo: l'attività di Palatucci è consistita nel creare documenti, permessi di soggiorno, di espatrio, passaporti falsi. Ovvio che non ne sia rimasta traccia (e non scordiamo che i palazzi pubblici di Fiume sono stati saccheggiati dai croati già nel '45). Aggiungo io: perché Palatucci ha rifiutato, quando aveva la Gestapo alle costole, l'offerta del console svizzero a Fiume di salvarlo? È stato mandato a Dachau con l'accusa di connivenza con i servizi segreti inglesi, ma questo è un motivo di merito, non di condanna.

Più netto il giudizio di Anna Foa, una della massime storiche del Novecento, che ha scritto un libro importante, "Diaspora. Storia degli ebrei del Novecento" (Laterza 2009), la quale sull'Osservatore romano riabilita Palatucci, rilevando che “il Centro di Washington tace sulle numerose testimonianze di salvataggi individuali rilasciate dagli ebrei salvati. Attaccano Palatucci, ma il vero bersaglio è Pio XII”. Concludo col giudizio perentorio di Enzo Collotti, nel suo “Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia” (Laterza 2006, p. 181): “vanno valutati i comportamenti di componenti dell'Amministrazione... di quanti osarono rischiare per aiutare i perseguitati... rispetto ai molti che si adeguarono ed eseguirono con zelo o passivamente gli ordini spesso contrari ai più elementari principi di umanità. Tra i primi il caso, rievocato con enfasi non necessaria, di Palatucci”.

Bibliografia di riferimento
- Padre Flaminio Rocchi, “L'esodo dei profughi giuliani, fiumani e dalmati”, edizione Difesa Adriatica, Roma, 1990.
- Raoul Pupo, “Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio”, Rizzoli 2006.
- Marina Cattaruzza, “ L’Italia e il confine orientale”, il Mulino 2007.
- Boris Pahor, “Necropoli”, Fazi 2008.
- Enzo Collotti, “Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia”, Laterza 2006.
- Hannah Arendt, “La banalità del male”, Feltrinelli 1964.
- Anna Foa, “Diaspora. Storia degli ebrei nel Novecento”, Laterza 2009.
- Polizia di Stato, “Giovanni Palatucci”, ed. Laurus Robuffo, Roma, 2002: un gruppo di lavoro istituito dal Ministero dell’interno ha raccolto numerosi dati, ricostruendo la vita di Palatucci, figura oggi discussa.

16/02/2017
Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus



Arti tra le mani
Arti tra le mani
Chaves legge Dante
Chaves legge Dante
L'ultimo video di Andrea
L'ultimo video di Andrea
Incendio a Mandrogne
Incendio a Mandrogne
Sentiero 748: il percorso ad anello sulle cime di Mombello
Sentiero 748: il percorso ad anello sulle cime di Mombello
Sentiero 735: il giro dei colli di Conzano
Sentiero 735: il giro dei colli di Conzano