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Opinioni

Prigionieri di chi e di cosa

Come si può ragionevolmente sostenere che in Alessandria o in altre città italiane si viva “prigionieri a casa nostra”? Come si può essere così accecati dalle proprie paure e dai propri pregiudizi per arrivare a inventare una realtà che non esiste, non è mai esistita e nemmeno mi sembra in procinto di esistere?

OPINIONI - Qualche giorno fa si è molto parlato del rifugiato aggredito e malmenato da un minore ad Acqui Terme. Tra i commenti a un mio post su Facebook in cui denunciavo la gravità dell’accaduto, uno recitava così:

“La violenza non si condivide, non si approva, non si sollecita, ma questo è il risultato della situazione di insicurezza in cui viviamo, prigionieri a casa nostra”.

Sono parole che mi hanno colpito parecchio. E per diversi motivi. Perché erano state scritte da una signora della mia età. Perché quella signora è un’insegnante. Perché nemmeno lei poteva fare a meno di distinguersi da un atto di violenza gratuita. Per il tono pacato con cui esprimeva un contenuto - a mio giudizio - feroce. Per l’evidente e assurdo salto logico che compiva tra il fatto di Acqui e le conseguenze che ne traeva. Ma soprattutto per l’evidente sproporzione tra quanto affermato e la realtà delle cose.

So bene che ci sono - come sempre ci sono stati - problemi di sicurezza in ogni città compresa la nostra. Credo li si debba essere indagare e contestualizzare senza dipingere scenari catastrofici. Credo che si debbano mettere in atto tutte le forme di prevenzione e anche di repressione necessarie. Ma come si può ragionevolmente sostenere che in Alessandria o in altre città italiane si viva “prigionieri a casa nostra”? Come si può essere così accecati dalle proprie paure e dai propri pregiudizi per arrivare a inventare una realtà che non esiste, non è mai esistita e nemmeno mi sembra in procinto di esistere?

Ripeto: non si tratta di negare i problemi che ci sono anche da noi o i fatti di cronaca del parcheggio dell’Ospedale. Ma come si può sostenere di vivere in una città e in un tempo in preda alla delinquenza dove i buoni e onesti cittadini sono costretti a barricarsi?

Lo sottolineo non per gusto della polemica. Oltretutto ogni giorno parole simili le sentiamo in qualche comizio da bar o le leggiamo in altri commenti sui social. Lo sottolineo perché queste e quelle parole dimostrano con evidenza che il problema da affrontare non è solo quello della pubblica sicurezza - tema che non va né rimosso né dimenticato. Lo sottolineo perché non posso fare a meno di considerare il fatto che parte dei miei concittadini e connazionali confondono la propria sonnacchiosa città per la Sarajevo o la Beirut delle rispettive guerre civili o per le periferie di qualche metropoli latinoamericana o africana.

E’ evidente che l’odio seminato dai vari Salvini ha ampiamente attecchito tra molti di noi. I diversi, i neri, i rifugiati, i clandestini - aggiungete voi i numerosi altri modi volgari e razzisti utilizzati pubblicamente per definirli - per queste persone non sono uomini o donne ma solo nemici pericolosi. Per averne paura e odiarli, per sentirli come una minaccia che ci costringe a sentirci “prigionieri a casa nostra” non è necessario che loro minaccino o aggrediscano: è sufficiente incrociarli per strada o sentirne parlare. E’ sufficiente ascoltare e diffondere le varie bufale a cui volentieri si crede.

Da lì il passo è breve al chiedere come minimo la castrazione chimica per gli stupratori quando sono stranieri ma invece dubitare della “moralità” delle ragazze quando sono italiani. Da lì il passo è breve per autoconvincersi di essere “prigionieri a casa nostra” magari mentre si è invece appena tornati dall’aperitivo o dalla cena tra amici.

Come possiamo riprendere a confrontarci e dialogare con queste persone in termini di realtà? Come possiamo tornare a occuparci di temi e problemi reali invece che di fantasmi e fanatismi?

Personalmente credo la questione vada posta e gestita su due livelli: uno culturale e uno sociale.

Sul piano culturale occorre ripartire da una netta e consapevole contrapposizione ai discorsi di odio e di razzismo, definendoli per quelli che sono. Non si tratta di combattere le persone ma le idee e soprattutto le falsità. E si tratta di ricordare sempre che sicurezza non significa discriminazione. Anzi, sono i ghetti, le discriminazioni e i discorsi di odio che generano altro odio e maggiore insicurezza.

Soprattutto non dobbiamo mai dimenticare o sottovalutare il fatto che il fascismo - e tutto quello che ne è derivato e ne deriva - è un’invenzione italiana. Usciamo dalla retorica degli “italiani brava gente” e facciamo i conti con le pulsioni profonde che serpeggiano tra noi. Facciamo i conti con il nostro passato e con i rischi del nostro futuro. Anche noi siamo stati capaci di compiere stermini nelle nostre colonie considerandole popolazioni selvagge. Anche noi abbiamo prodotto leggi razziali e  rastrellamenti. Così come anche noi siamo stati capaci di scrivere “Non si affitta ai meridionali” mica troppo tempo fa.

Sul piano sociale occorre dar vita a quello che ogni ragionevole schieramento politico riformista ha già messo in piedi da tempo in ogni paese europeo: strumenti di sostegno e intervento per togliere dalla povertà assoluta e dal rischio di ritrovarcisi. Una condizione o un rischio che secondo i dati Istat riguarda un italiano su quattro: il brodo di cultura perfetto per chi voglia soffiare sul fuoco delle paure e del razzismo. Perché anche in questo caso non occorre trovarcisi coinvolti in prima persona, basta che lo siano un vicino di casa, un conoscente, una persona di cui si sente parlare mentre si è in coda dal panettiere o al supermercato per sentire quel timore sulla propria pelle. E poi credere alle falsità dei 35 euro al giorno e degli alberghi a cinque stelle per i rifugiati. La recente introduzione del Reddito d’Inclusione Sociale è sicuramente l’atteso primo passo in questa direzione ma è ancora una misura insufficiente in termini economici e che necessiterà di tempi medio-lunghi per avere un concreto effetto su chi si trova in condizione di bisogno e sulla percezione pubblica diffusa.

Si dovrebbe a mio avviso prendere coscienza che i ripetuti annunci di una ripresa che è dietro l’angolo - ondati o meno che siano - non fanno altro che produrre disagio, rabbia e la ricerca di capri espiatori su cui sfogarla. Diamo tempo alla ripresa di produrre effetti positivi - se e quando saranno evidenti - ma smettiamola di considerare gli interventi di sostegno al reddito come la nostalgia di qualche socialdemocratico di vecchia scuola o peloso assistenzialismo. Consideriamoli invece tasselli utili - a mio avviso indispensabili - a mantenere “sicurezza sociale”. Consideriamoli non solo per il valore economico ma soprattutto l’importante segnale di ascolto e attenzione che trasmettono: “Non sei solo. La comunità conosce le tue difficoltà ed è al tuo fianco.” Consideriamoli la trasformazione inevitabile di un sistema di welfare che è resa necessaria non da una temporanea fase negativa della congiuntura economica ma dalla radicale trasformazione – in atto e ancora tutta da comprendere – del sistema e delle forme di produzione e di quelle di creazione di lavoro. Ma soprattutto consideriamo gli investimenti in tal senso interventi prioritari e strategici e non mance subordinate agli equilibri di bilancio.

Occorre infine che si inverta il clima di disillusione, sfiducia e disagio - che diventa esso stesso disprezzo - he tanti comportamenti pubblici diffondono. Occorre che il pendolare che viaggia su treni spesso indecenti non provi la rabbia che sente quando legge degli arresti legati a questa o quella grande opera. Occorre che i servizi pubblici - la sanità, la scuola e gli altri - siano dignitosi e trasmettano la consapevolezza di essere parte di una comunità coesa e solidale. Occorre una politica che trasmetta valori invece di replicare mercanteggiamenti.

Commentando vicende simili a quella di cui parlavo in apertura la mia amica Ilda Curti qualche giorno fa -  citando Amos Oz - scriveva “L’uomo deve odiare l’ingiustizia e odiare la bruttura e combatterla tutti i giorni.”. Ecco, credo che questa frase ogni tanto bisognerebbe rileggersela. E comportarsi di conseguenza quanto più spesso ci è possibile. 

20/09/2017
Mauro Cattaneo - Redazione Appunti Alessandrini - redazione@alessandrianews.it
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