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Opinioni

I ponti di “Cultura e Sviluppo”

“Cultura e Sviluppo”, questa volta ha parlato di sé, non per celebrarsi, ma per ragionare sulle sue ispirazioni, sui suoi contenuti e metodi e sui suoi risultati, dopo quasi tre decenni di attività.

 

 

“Cultura e Sviluppo”, questa volta ha parlato di sé, non per celebrarsi, ma per ragionare sulle sue ispirazioni, sui suoi contenuti e metodi e sui suoi risultati, dopo quasi tre decenni di attività. Lo ha fatto giovedì sera, 18 ottobre, in occasione del passaggio di presidenza da Giorgio Guala al di lui nipote, Francesco Guala. Ne è risultato un incontro molto nutrito di valutazioni e di prospettive, grazie agli interventi del presidente uscente e di quello subentrante, ma anche grazie alle numerose testimonianze che ne sono seguite soprattutto da parte di rappresentanti delle realtà istituzionali e di volontariato presenti sul territorio.

L’associazione aveva avuto una sua forma che definirei “in nuce” a metà degli anni novanta, quando, a fronte della dissoluzione dei partiti, stavano nascendo varie forme di aggregazione politica, tra cui “Alleanza demcratica”. Un gruppo di persone, preoccupate di dare senso e carne di ragionamenti sulle realtà e sui problemi che si prospettavano ritenne necessario un confronto di appoggio a tale aggregazione di parte e componente politica laica, aperta al confronto ideale e sensibile al pluralismo dialettico. Col tempo, mentre le più disparate esperienze di parte si alternavano, il succitato gruppo di persone, rinforzato da nuovi e cospicui ingressi e aiutato da una organizzazione tanto complessa, quanto razionale, grazie ad adeguati contributi finanziari diventò punto di riferimento cultutale/formativo sul territorio, definito per l’appunto “Cultura e Sviluppo”, intitolazione che esprimeva i quattro principi guida dell’associazione.

Giorgio Guala, nella serata li ha richiamati. Non so se si è percepito, ma a ben vedere quei principi, oggi costituiscono, più che negli anni trascorsi, una provocazione. Quando si propone una partecipazione consapevole, fondata su impegni culturali cospicui, a fronte di una totale rinuncia al ragionamento pubblico, sostituito dalla reazione emotiva e disarticolata; quando si dice di un metodo democratico che grazie alla legittimazione dialettica struttura un tessuto civile; quando si parla di rispetto di “regole condivise”, mentre il “sovranismo” le nega in radice svuotando di responsabilità la partecipazione del cittadino, siamo sul serio sul registro di una provocazione tanto opportuna da rendere già per questo indispensabile la vita e l’attività di un’associazione.

Nel corso del dibattito, ma già negli interventi di Giorgio e di Francesco si è subito colto il registro non certo celebrativo dei confronti posti in essere. E così è venuta fuori la domanda di fondo che qualunque soggetto ancora radicato nei valori della razionalità, dell’etica pubblica e sensibile alla legittimazione democratica non può eludere: come dare continuità nel tempo ad un’attitudine diffusa  a dipanare il groviglio e superare la confusione dei rapporti di un momento storico inquietante.

L’associazione sta affrontado da tempo questioni complesse sia in prospettiva storica, sia in attenta valutazione dei fenomeni emergenti, sia in tentativo di soluzione ai problemi più complessi. La varietà delle iniziative dai “Giovedì culturali” al “Progetto giovani” alle più articolate attività (non escluderei i “Quaderni” pubblicati) si coglie un piano organico, le cui finalità di analisi e di formazione sono sicuramente riconosciute; tuttavia l’interrogativo ritorna: come e quando si coglie un riscontro di ripercussioni sul territorio, sulla popolazione? A me pare che un soggetto associativo che si pone o sa porsi questa domanda sia facultato ad una cospicua rappresentanza di chi crede nello sviluppo armonico della complessità del reale. Non stupisce di conseguenza che il direttore di “Cultura e Sviluppo” a conclusione del dibattito, efficacemente condotto e dipanato dal moderatore dei lavori, dimostrando la solita sensibiliutà democratica, abbia invitato i presenti a collaborare ad un salto di qualità nel senso auspicato: perseguire l’obiettivo di rappresentare l’istanza presente in chi crede ancora in una dialettica costruttiva e ragionevole.

La sfida è tanto difficile quanto affascinante di frone a inedite condizioni del confronto posto in essere in una situazione più confusa che complessa. Forse è vero che non è più sufficiente dipanare le questioni descritte con la storica dialettica fra destra e sinistra, pur sempre presente e desiderabile, ma potrebbe esistere, a ben vedere, una simmetria tra tale dialettica e l’altra di chi costruisce ponti e chi si illude di difendersi innalzando i muri. “Cultura e Sviluppo” è maestra nel costruire i ponti: c’è da sperare che sappia farlo coinvolgendo una fetta ragguardevole della popolazione e magari formando una classe politica conseguente.

21/10/2018
Agostino Pietrasanta - redazione@alessandrianews.it
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