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Lettere al direttore

Una lettera aperta, costruendo da Sinistra

"Non ho l'ambire con queste mie parole di cambiare il quadro della nazione, ma so quale m'appare l'unica vera urgenza per vorrebbe un’alternativa alla rassegnazione: ricucire. C'è tanto da ricucire. Ricucire un discorso che parli di futuro; non di lontane utopie ma di quotidiani orizzonti fatti di concretezza e di rapporti umani"
LETTERE AL DIRETTORE - Caro direttore,

Il 4 marzo arrivò, ci colpì e quindi era già il 5 marzo. Il mondo non era finito. Neppure, ahimé, le forme e i modi che hanno scandito la campagna elettorale. A 48 ore dal voto ancora di parla di persone, di antipatie, di contrapposizioni che si riassumono con le lamentazioni proprie del cortile di un oratorio: "Il pallone lo voglio io perché sono il più bravo!"; "No, con lui non gioco perché mi ha detto le parolacce." Se non fosse dannatamente serio, sarebbe quasi comico, quasi una macchietta, una burla. Indubbio dire che questo che viviamo è segno di un vero abbruttimento, di un appiattimento al protagonismo televisivo che impone frasi brevi, concetti semplici e tanta, tanta teatralità. 

Per carità, guardando l'attuale incapacità di sedersi attorno ad un tavolo e ragionare, verrebbe da augurarci il più bruto dei sistemi maggioritari. “Chi vince, vince e tutti gli altri stanno a guardare”. È una cosa da bruti, ma almeno eviteremmo queste tante tristezze del presente. In fondo, lo abbiamo capito, non abbiamo più il fisico e la tempra per sostenere come Paese un sistema proporzionale. 

Questo non è il punto, però. Il vero punto è legato al crescente senso di rabbia, frustrazione e disinteresse che si vive tra le persone. Ormai non è più distanza, è letteralmente repulsione quella che si vive e si percepisce ascoltando il disco rotto del "dibattito" politico. La rabbia di ascoltare parole vuote, vane promesse e nel contempo faticare a trovare un posto di lavoro, a garantire una qualità di vita decorosa per sé e per i propri cari. 

Non ho l'ambire con queste mie parole di cambiare il quadro della nazione, ma so quale m'appare l'unica vera urgenza per vorrebbe un’alternativa alla rassegnazione: ricucire. C'è tanto da ricucire. Ricucire un discorso che parli di futuro; non di lontane utopie ma di quotidiani orizzonti fatti di concretezza e di rapporti umani. Ricucire rapporti tra persone; quella necessaria solidarietà che permette di vedere nel vicino di casa prima di tutto un pari, quindi un vicino non una minaccia. Ricucire mondi, affetti, sensibilità lasciati decadere nel tourbillon mediatico che sembra tanto piacere a social e tv. Ricucire responsabilità verso una collettività che ci vede tutti parte seppure oggi ci si senta tanti singoli isolati, uno contro l'altro armati nel grande carnevale del presente. 

Come fare? Partiamo dal guardare e dall’ascoltare. Partiamo dal pensare al concreto, all'orizzonte della città, del territorio dove vorremmo che i nostri cari vivessero. Partiamo dal pensare a come vogliamo costruire una comunità che ogni giorno lavora e impara. Partiamo dal dire cosa ci preoccupa e perché. Dite che è proprio impossibile? Dite che dobbiamo arrenderci ad un mondo che ci fa sentire sempre più soli, destituiti? Credo sinceramente che siamo ancora una comunità, un Paese capace a sognare, a credere ai propri sogni, a faticare per renderli veri. Soprattutto credo che possiamo ancora ritornare a camminare con i piedi a terra, ma guardando lontano, oltre le nuvole dell’orizzonte.  

Guardiamo a sinistra perché questo giro elettorale ci ha insegnato che cosa è la destra: paura che crea paura e si nutre di paura. Nessuno vuole vivere in un mondo tetro, freddo, violento. Le forze progressiste hanno perso perché non hanno saputo riconoscer e andare oltre alla paura, perse tra girocollo della nostalgia e sguardi attenti alla ricerca ed al commento del proprio ombelico. Possiamo fare meglio e lo possiamo fare partendo dal concreto delle nostre città, delle nostre comunità. Ritorniamo a guardare ai bisogni e a costruire soluzioni. Questa è la vera sfida e l'unico monito che il 4 marzo ci lascia. Sapremo imparare la lezione? Sono convinto di sì. Da qui, una domanda aperta: chi ci sta ad affrontare questa sfida? Noi ci siamo e sono certo che non saremo i soli.


Michele F. Fontefrancesco
Liberi e Uguali
9/03/2018
Michele F. Fontefrancesco - redazione@alessandrianews.it
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