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Opinioni

Street economy

La vecchia “economia di strada” (o delle bancarelle) che, declinata all’inglese, richiama l’attenzione che si deve ad un fenomeno rilevante e dagli sviluppi parzialmente inediti, almeno qui da noi

OPINIONI - Naturalmente si tratta della vecchia “economia di strada” (o delle bancarelle) che, declinata all’inglese, richiama l’attenzione che si deve ad un fenomeno rilevante e dagli sviluppi parzialmente inediti, almeno qui da noi. In parte si tratta della riedizione enfatizzata, nei modi e nei tempi, delle tradizionali sagre di paese o di quartiere. In parte crescente si configura invece come espediente innovativo per contenere od attenuare i riflessi della (ormai) lunga crisi dei settori portanti delle economie locali.

Non sono in questione  i soliti mercatini rionali, a scadenze fisse ed in aree dedicate, quanto l’allegra occupazione di spazi pubblici – strade, piazze, giardini  etc. – per iniziative/attività ad un tempo saltuarie (come qualità di proposta, come insegna di richiamo) ma ad alto tenore ripetitivo come risorsa attrattiva di umane transumanze.

Ci sarà anche il rischio di confondere i fanti coi santi, di attribuire un peso serioso e programmato ai traffici minuti e alle proposte eno-gastronomiche dispensati alle folle richiamate. Tuttavia l’impegno profuso in tale direzione dai Comuni e dagli altri eminenti soggetti pubblici e privati, rende evidente la diffusa interpretazione strutturale della street economy in funzione diretta della rianimazione socio-economica locale, resa a malpartito dalle deludenti prestazioni, per un motivo o per l’altro, degli altri e tradizionali settori produttivi.

Industria-artigianato in primis, ma anche agricoltura (salvo le famose “nicchie”) e lo stesso commercio urbano che pure gode di tante attenzioni verbali.

Del fenomeno”economia di strada” – che si dispiega in varie modalità diurne e serali, dai mercatini alla movida – non cogliamo, una volta tanto, gli aspetti “ambientali”, cioè di convivenza più o meno problematica con le altre attività, o modi di vita della cittadinanza, o destinazioni d’uso del territorio. Di più, prendiamo atto che la street economy  (ed in particolare il mangia-e-bevi di ogni derivazione geo-culinaria) gode di ampia frequentazione  popolare e di aperto compiacimento politico (fascino delle folle!): entrambi travalicano decisamente, almeno per ora, gli inconvenienti che pure l’usanza comporta – specie se promossa con cadenze compulsive – nei confronti di strati di abitanti meno festaioli.

Avvolta, per di più, nei rutilanti paludamenti della “promozione turistica”, taumaturgica per definizione, la street economy  sta spopolando anche tra soggetti, pubblici e privati, che pure avrebbero istituzionalmente territori più vasti da presidiare.Come dire: tutti insieme appassionatamente.

Vien da chiedersi,  tuttavia, in termini puramente economico-statistici più generali: quanto vale, quanto pesa questa “ondata”, diciamo così spontanea (anche se gode di favori diffusi) nel senso e nell’intento di riequilibrare la bilancia dello sviluppo economico, nazionale o regionale, da anni pendente tra stagnazione e declino, tanto sotto il profilo della produzione che dell’occupazione?

E’ questa una (se non proprio “la”) via eminente per l’ingresso del nostro Paese nella cosiddetta “economia post-industriale” che tanti entusiasmi riscuoteva, negli ambienti politici, a cavallo del secolo? Per liberarci finalmente, oggi si direbbe, dai tassi di crescita “zerovirgola”?

Al netto di eventuali malinconie, è da sperare che, comunque, Centro e Periferia dello Stato non si acconcino a correre scientemente gare diverse o con traguardi incompatibili: la flessibilità è bella ma scivolosa.

29/09/2016
Dario Fornaro - Redazione Appunti Alessandrini - redazione@alessandrianews.it
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