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Alessandria

Dal 2008 persi 10 mila posti di lavoro, morti raddoppiate. Armosino: "In provincia non c'è progettualità"

Sabato 9 si è svolta a Roma la manifestazione che ha visto riunite le tre maggiori sigle sindacali, presente anche Franco Armosino, segretario provinciale della Cgil. Lo abbiamo incontrato per parlare del cambio al vertice della segreteria nazionale, di disoccupazione e morti sul lavoro in provincia, di Quota 100 e grandi opere
ALESSANDRIA - Negli ultimi anni i sindacati stanno vivendo una crisi di consensi che a livello nazionale si è tradotta in un preoccupante calo dei tesseramenti. “Tanto non fanno gli interessi del lavoratori...”, piuttosto che “tanto non servono a nulla..” sono solo due tra i ‘leit motiv’ spesso ripetuti da coloro che, per motivi diversi ma quasi sempre legati a contingenze molto critiche dal punto di vista della condizione lavorativa, non hanno più fiducia nelle organizzazioni di settore e non si sentono più rappresentati dalle cosiddette parti sociali. Da poche settimane all’ex segretario della Fiom Maurizio Landini è stato affidato il compito di riorganizzare (e rilanciare...) la Cgil e di ricucire il rapporto con le fasce più vulnerabili del mondo del lavoro. Sabato 9 a Roma si è svolta la prima manifestazione del 2019 che ha visto riunite le tre maggiori sigle sindacali, alla quale ha preso parte anche Franco Armosino (foto a lato), segretario provinciale della Cgil. Lo abbiamo incontrato per parlare del cambio al vertice della segreteria nazionale e di altri argomenti più strettamente legati alla nostra provincia: dalla disoccupazione giovanile alle morti sul lavoro, da Quota 100 alle grandi opere.  


Segretario Armosino, dopo Susanna Camusso la segreteria nazionale è stata affidata a Maurizio Landini. Una figura che, in particolare nelle componenti della sinistra più radicale, attira consensi abbastanza eterogenei. Un cambiamento che secondo lei può aprire un nuovo ciclo per il sindacato? 
Credo sia il caso di premettere che l’elezione di Susanna Camusso è arrivata in un momento di profonda crisi economica per il nostro Paese. Il suo compito, perciò, sin dall’inizio si preannunciava tutt’altro che semplice. Al termine della naturale scadenza degli otto anni di mandato, il testimone è ora nelle mani di Maurizio Landini, per la cui nomina hanno certamente pesato l’indubbio carisma e l’indiscusso peso mediatico, fattori sicuramente molto importanti in questo momento. Rispetto a quello di Susanna Camusso, lo stile comunicativo di Maurzio Landini è probabilmente più affine ai canoni che oggi caratterizzano la scena politica nel nostro Paese. Era necessaria una svolta anche dal punto di vista dialettico. Il compito del neo segretario sarà rivedere l’organizzazione interna del sindacato, ora c’è bisogno di una segreteria forte e di qualità. Inoltre, sarà prioritario farsi capire dalla gente, per così dire, e Il fatto che Landini negli anni continui ad essere molto richiesto dai media potrà favorirci in questo senso. Le sue capacità e la sua esperienza potranno portare un forte contirbuto al rinnovamento del sindacato.  

I dati raccolti dall’Istituto Demoskopika ci dicono che in particolare Cgil e Cisl negli ultimi quattro anni hanno dovuto fare i conti con un deciso calo dei tesseramenti (circa 400 mila in meno). Come commenta questa tendenza? Il trend negativo ha interessato anche la nostra provincia?
Il calo delle iscrizioni a livello nazionale direi che è stata una conseguenza quasi ovvia dovuta alle tante crisi di settore. A livello locale, però, il trend si è mantenuto su buoni livelli. Credo che ad Alessandria abbiamo sempre lavorato bene, ed è questo che ha fatto la differenza. Abbiamo scelto di dare un particolare occhio di riguardo ai servizi offerti per rispondere prontamente ai bisogni delle persone, che si rivolgono al nostro sindacato a prescindere dalle proprie convinzioni politiche o ideologiche. Per intenderci, coloro che chiedono il nostro supporto non sono certamente tutti di sinistra. L’importante è essere efficaci ed efficienti. La cittadinanza ritrova in noi quella professionalità che si traduce poi in utilità concreta.  

Landini ha recentemente dichiarato: “Trovo davvero folle che si dica che il problema del nostro Paese sarebbe l'invasione dei migranti, quando sono di più i giovani italiani che sono dovuti scappare all’estero perché non trovano lavoro rispetto ai migranti che arrivano in Italia". Anche secondo lei nel nostro Paese esiste una narrazione poco onesta in questo senso?  
Il problema è che oggi in Italia c’è una sorta di pirgriza generale per cui si fa molta fatica a recepire argomentazioni articolate che forniscono numeri attendibili. Prendiamo ad esempio questo dato: una recente ricerca fatta per la Brexit ci dice che nel Regno Unito vivono circa 600 mila italiani, in maggioranza giovani che decidono di trasferirsi per le migliori condizioni lavorative. I britannici in Italia, invece, sono solo 60 mila, per lo più anziani che si stabiliscono nel nostro Paese per tutta una serie di motivi legati ad esempio al clima, alle bellezze del territorio, ecc. Pensiamo solo a quanti giovani medici ed infermieri italiani vivono e lavorano nel Regno Unito. Parliamo di personale altamente qualificato che nel nostro Paese non trova le stesse condizioni lavorative garantite dal sistema britannico. Un altro dato che fa fatica ad essere recepito è che iI numero di persone provenienti dai Paesi dell’est è ben superiore a quello dei migranti africani. Purtroppo sono argomenti che non interessano. Anche la tesi secondo la quale gli immigrati arrivano nel nostro Paese per rubare il lavoro a noi italiani è una fandonia. In Italia c’è prima di tutto carenza di lavoro, non certo una concorrenza da questo punto di vista.  

Rimanendo sul locale, le statistiche ci dicono che la disoccupazione giovanile nella nostra provincia resta un problema molto serio...  

Assolutamente sì. La nostra provincia ha il dato più alto della regione, ovvero il 30% nella fascia tra i 15 e i 29 anni. L’occupazione è invece cresciuta leggermente tra le persone di età più matura, tra i 40 e i 50 anni. Il dato sulla disoccupazione rimane comunque fuorviato dalla quantità di inoccupati, ovvero coloro che non cercano lavoro perché ormai disillusi. Sono tantissimi e in crescita. Nella nostra provincia in 10 anni abbiamo perso circa 10 mila posti di lavoro, un dato molto alto. Parliamo di aziende che hanno chiuso e non esistono più. Purtroppo per quanto riguarda le amministrazioni locali manca un focus preciso sulla progettazione, conseguenza del fatto che lo Stato ha ridotto progressivamente le risorse. La città di Alessandria sta vivendo un periodo di degrado dal punto di vista dell’offerta complessiva. Pensiamo, ad esempio, alla carenza di offerta culturale. Purtroppo manca anche solo un’idea di miglioramento in questo senso. Alessandria si sta trasformando in una città sempre meno acculturata e priva di stimoli, e in provincia questo processo si sta verificando un po’ ovunque. 

Secondo un recente rapporto della Uil la cassa integrazione in provincia di Alessandria è scesa del 25% da dicembre ’17 a dicembre ’18. Come spiega questo dato?  
Negli ultimi due anni la cassa integrazione è diminuita perché la negano più facilmente. Ora la cassa ‘straordinaria’ è concessa solo se c’è un piano di ristrutturazione dell’azienda o in caso di cessazione dell’attività produttiva. Quella ‘ordinaria’ cala anche perché le aziende in questi anni hanno capito che da un punto di vista meramente economico costa meno licenziare anziché concedere la cassa integrazione. In più esiste una grande precarietà sulla quale è possibile fare leva, con contratti a termine e sempre meno tutele. Il calo del 25% è un dato reale ma non particolarmente indicativo. Non possiamo parlare di ripresa nel nostro territorio.  

Poche settimane fa a Coniolo nell’azienda di legnami Ibl si è verificato il primo caso di morte sul posto di lavoro del 2019 in provincia. Per quanto riguarda l’alessandrino, possiamo parlare di emergenza? Come vanno interpretati in questo senso i dati degli ultimi anni?  
Negli ultimi due anni in provincia abbiamo avuto 17 morti sul lavoro, 9 nel 2017 e 8 nel 2018. Stiamo vivendo un trend terribile, praticamente il doppio di quelli che si registravano fino ad una decina di anni fa. In Italia stiamo scalando la classifica delle province in cui muiono più persone sul lavoro in rapporto alla popolazione. Nel 2018 abbiamo avuto un ritorno ai decessi nelle aziende più strutturate, dove in teoria dovrebbe esserci più prevenzione. Lo scorso anno in Val Borbera è morto un ragazzo di 20 anni in apprendistato travolto da un carrello elevatore. Questo ci fa capire che c’è stata una grave mancanza di prevenzione ed attenzione verso chi dovrebbe essere ancor più tutelato. In un altro caso un lavoratore di Itinera, l’azienda che opera sulle autostrade, è stato travolto da un’auto mentre era impegnato a coordinare il flusso del traffico. In questo caso ci siamo resi conto che è stata fatalmente decisiva la mancanza di un protocollo più rigido. Un’organizzazione dove accadono certe tragedie è un’organizzazione che ha smesso di occuparsi dei processi di sicurezza. Mancano i controlli. Ad Alessandria abbiamo lo Spresal, ente formato da personale altamente qualificato e di livello. Il problema è che gli impiegati passano buona parte del loro tempo a fare indagini sui decessi e sugli infortuni gravi, purtroppo non hanno tempo materiale per fare prevezione perché sono costretti ad andare dietro agli eventi drammatici che si susseguono nei mesi. E’ una situazione molto preoccupante per la quale si fa molta fatica ad individuare una soluzione.  

Reddito di cittadinanza e quota 100 sono i due provvedimenti che negli ultimi mesi hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica. Un suo giudizio a riguardo. Partiamo da Quota 100...  
Sono provvedimenti secondo noi costruiti molto male. Per quanto riguarda ‘Quota 100’ chiedevamo un sistema di superamento della legge Fornero uguale per tutti. Avevamo proposto 62 anni per accedere al sistema pensionistico e 41 anni di contributi a prescindere per tutti. Quota 100 è un provvedimento triennale, sperimentale e che riguarda solo chi ha 62 anni di età e 38 di contributi non figurativi. Per fare un esempio concreto, con questo sistema i lavoratori edili al momento sono pressoché tagliati fuori. Parliamo di un tipo di lavoro che può essere molto spezzettato nel tempo con periodi di inattività e che può comprendere una lunga serie di contributi figurativi derivati da diversi mesi in regime di Naspi tra un periodo lavorativo effettivo e l’altro. In questo caso specifico non c’è la continuità sufficiente richiesta dal nuovo decreto. Nei prossimi mesi avremo diversi pensionamenti nel pubblico impiego e un po’ nel privato, ma solo per coloro che hanno già abbastanza contributi e che nella maggior parte dei casi hanno accumulato contributi già oltre quota 100. Il punto è, fra tre anni cosa succederà? Io ipotizzo che ‘Quota 100’ svanirà entro la fine del 2019 perché in questo momento siamo in periodo di recessione. Noi vogliamo un sistema di equità, non di fortuna a seconda dei casi. E’ questo ciò che contestiamo al Governo. E’ stato fatto uno spot elettorale, più che altro, che non risponde alla tenuta del sistema pensionistico in Italia.  

La Camera del Lavoro di Alessandria sta ricevendo parecchie richieste di consulenza per la presentazione delle domande?  
E’ da svariate settimane che i lavoratori si rivolgono a noi per avere chiarimenti o perché intenzionati a fare domanda. Per Quota 100 stiamo già ricevendo le domande per il settore scolastico, che devono essere presentate entro la fine di febbraio. Da aprile in avanti toccherà ai lavoratori del settore privato, ad ottobre a quelli del pubblico impiego.  

Passiamo al reddito di cittadinanza...  
Il reddito di cittadinanza intanto elimina il Rei (reddito di inclusione), strumento che fino ad oggi tutelava le persone con una condizione sociale estremamente precaria e che per motivi diversi non possono accedere al mondo del lavoro. Il Rei era quell’elemento di minima garanzia per questa fascia di persone. Io capisco che in Italia esista un problema di ceto medio, ma questo decreto non aiuta la fascia di povertà assoluta, che è cresciuta e che dovrebbe essere più tutelata. E’ uno strumento che non ci convince anche dal punto di vista applicativo. Ci siamo rivolti ai Centri per l’Impiego per capire come essere utili a coloro che già da settimane ci stanno chiedendo informazioni e consulenza, ci rispondono che è ancora tutto troppo ipotetico. Anche per quanto riguarda la figura dei cosiddetti ‘navigator’ il personale dei Caf non sa assolutamente nulla. Gli stessi impiegati degli uffici nutrono dubbi sulla reale consistenza di questo provvedimento e sulla sua applicabilità. La situazione è ancora molto complicata ed ingarbugliata proprio dal punto di vista pratico ed operativo. Inoltre, in un Paese in recessione come il nostro, preoccupano non poco le ricadute che questa misura avrà sulle casse dello Stato.  

Tav e grandi opere sono altri due tra gli argomenti più dibattuti negli ultimi mesi. A tale proposito, il neo segretario Landini ha recentemente dichiarato: “Nel Paese mancano opere di manutenzione sulle infrastrutture già esistenti, dovremmo puntare su quelle per creare nuovi posti di lavoro…”. Quindi, sì Tav o no Tav? Nella Cgil esistono pareri piuttosto eterogenei su questo tema...  
In Italia c’è un gran bisogno di infrastrutture. Credo che in questo momento storico sia fondamentale parlare di ferrovia e non più di trasporto su gomma. Penso che la cosa meno furba che si possa immaginare sia preparare un cantiere e realizzare una parte dell’opera per poi decidere di chiudere le gallerie già scavate. In questo caso si che ci sarebbe uno spreco. Sinceramente trovo strano che si parli dell’inutilità della Tav, per un motivo molto semplice: abbiamo i porti del Mediterraneo, vedi Barcellona, Marsiglia, Tolone, Genova, Savona, intasati dai container in arrivo. Nonostante la crisi, solo a Genova, negli ultimi dieci anni siamo passati da 500 mila teu di container a più di un milione. Le merci dall’Africa continueranno ad arrivare nei porti europei in maniera sempre più assidua. Merci che dovranno poi essere trasferite nel nord Europa. Ebbene, come pensiamo di trasportare tutta questa gran quantità di merci? Non possiamo pensare di poterla muovere solo con trasporto su gomma. Abbiamo bisogno di infrastrutture anche per questi motivi. Io capisco che chi vive in Val Susa possa essere tutt’altro che contento nel vedere un’opera del genere realizzata a casa propria, stesso discorso per il Terzo Valico. Penso però che sia altrettanto preoccupante l’impatto ambientale che possono causare migliaia di Tir in viaggio ogni giorno sulla rete autostradale per muovere le merci in arrivo nei nostri porti. Merci che tra l’altro potrebbero portare nuovi posti di lavoro se si entrasse nell’ottica della lavorazione dei prodotti in aree limitrofe ai porti di arrivo. Per fare un esempio: tutta la frutta della Del Monte parte dall’Africa e arriva al porto di Savona, comprato dai cinesi della Mersk. Questa frutta potrebbe essere semi lavorata nelle nostre aziende invece che essere spedita verso nord ancora nei container, creando così nuova occupazione e nuove opportunità per il territorio. Per fare tutto questo, però, sono necessarie le grandi opere. Quando molti anni fa si iniziò a parlare di Tav anche io ero molto perplesso, arriva però un momento in cui per forza di cosa si deve valutare lo stato di avanzamento dei lavori. Inoltre, trent’anni fa nei nostri porti non c’era la condizione di arrivo di merci che abbiamo ora. Ora, però, lo scenario è decisamente cambiato.
11/02/2019
Alessandro Francini - redazione@alessandrianews.it
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