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Alessandria

Educatori a San Michele: possibile il reinserimento in società dei detenuti?

Prosegue il nostro viaggio all'interno del carcere. Oggi intervistiamo Manuela Allegra, capo area educativa della casa di reclusione di San Michele, per scoprire tutte le attività che vengono svolte all'interno del carcere, quali sono i percorsi di reinserimento possibili, quali le difficoltà maggiori e le più grandi soddisfazioni
ALESSANDRIA - Prosegue il nostro percorso alla scoperta della casa di reclusione di San Michele. Oggi incontriamo Manuela Allegra, capo area educativa, da 5 anni ad Alessandria.

Quante persone compongono l’organico degli educatori a San Michele? Sono sufficienti?
Per ora siamo 6 persone in tutto, ma da pianta organica dovremmo essere 11. Essere praticamente la metà di quanto sarebbe necessario ovviamente ci dà qualche problema, ma questo per fortuna è un periodo con meno detenuti rispetto al passato e diciamo che riusciamo comunque a gestirci abbastanza bene.

Qual è il ruolo dell’educatore all’interno del carcere?
Quella dell’educatore è una figura istituzionale che ha il compito di svolgere attività di osservazione e trattamento del detenuto. In pratica ciascuno di noi ha certo numero di detenuti in carico, ripartiti in ordine alfabetico. Attualmente sono circa 50 a testa. A San Michele esiste un polo scolastico un polo scolastico interno con un educatore specifico. Io in particolare seguo poi le persone in articolo 21 e i semi liberi, quindi i detenuti che hanno già contatto con l’esterno della struttura.

Come funziona la vostra attività di osservazione?

Dobbiamo cercare di conoscere il più possibile delle persone che abbiamo in carico: ricostruiamo le loro storie di vita, cercando di capire quali possano essere le loro risorse positive da sviluppare e gli aspetti nei quali invece ciascuno è più carente. La legge ci impone 9 mesi di osservazione prima di costruire con loro un vero e proprio percorso, ma è chiaro che non è possibile incasellare rigidamente le persone. Dopo questo periodo viene steso un documento di sintesi che tiene conto delle osservazioni di tutto lo staff che ha a che fare con il detenuto, non solo gli educatori quindi, e si delinea un possibile percorso da seguire, che sia di studio o di lavoro all’interno del carcere, o la concessione dei primi permessi premio o in coinvolgimento in altre attività. Diciamo che ogni percorso è personalizzato.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate nel vostro lavoro?
Il nostro compito è anche quello di progettare e organizzare tutte le attività all’interno del carcere. Dobbiamo cercare di dare ai detenuti l’opportunità di innescare in loro una riflessione profonda su quanto accaduto e lavorare a un cambiamento che consenta loro di reinserirsi meglio in società. Per capire le difficoltà maggiori che incontriamo è necessario ricordare che l’ordinamento penitenziario è del 1975. Da allora nella società ci sono stati cambiamenti radicali. Circa la metà dei detenuti di San Michele è straniera: la lingua è il primo grande problema che incontriamo e ovviamente è un ostacolo per l’inserimento nelle attività. I detenuti tendono a fare gruppo con i propri connazionali e questo non aiuta. Tantissimi poi non hanno poi parenti o legami sul territorio: le procedure di espulsione e di estradizione sono spesso molto lunghe e quindi si ritrovano qui senza nessuno che possa dare loro sostegno, sia psicologico che economico. Si tratta di persone sulle quali non riusciamo a intervenire più di tanto, anche perché è impossibile pensare a reinserimento in società se si sa già che verranno espulse una volta uscite dal carcere. Finiscono così per essere discriminati due volte: non avendo legami sul territorio non possono contare su una serie di diritti e benefit disponibili invece per altri. E’ odioso dirlo ma finiamo in qualche modo per discriminarli anche noi: quando le risorse sono scarse si sceglie di puntare su chi avrà più occasioni di reinserirsi in società potendo contare su maggiori legali con il territorio.

Tantissimi detenuti sono a San Michele per reati legati alla droga. Molti di loro sono tossicodipendenti. Come viene gestito questo problema e come incide sul vostro lavoro?
E’ vero, circa la metà della popolazione carceraria giunge qui con problemi di tossicodipendenza. E’ difficilissimo lavorare con loro, più per gli effetti della dipendenza psicologica che per veri e propri malesseri fisici. Abbiamo degli operatori del Sert che operano qui con noi. Paradossalmente chi ha problemi di tossicodipendenza è però avvantaggiato nel poter usufruire di una serie di programmi speciali e può contare su maggiori legami con il territorio. Il problema è così sentito che esistono comunità di recupero pronte all’affidamento e ci sono misure alternative alla detenzione che per altre situazioni non esistono. Due educatori, due psicologhe, un assistente sociale e un medico qui in carcere hanno il compito specifico di seguire tutte le persone con problemi di dipendenza da sostanze.

Quali sono le attività che proponete come educatori?
Essendo San Michele caratterizzato da una popolazione di detenuti con condanne mediamente lunghe, si possono proporre moltissime attività. Già a partire dal 1956 nel carcere è presente una scuola, fra le prime esperienze in Italia di questo genere. Oggi copriamo tutti gli ordini scolastici, dalla scuola primaria alla media, dall’istituto tecnico per geometri all’odontotecnico (ora sospeso), dai corsi professionali di falegnameria e aiuto cuoco a quelli universitari di giurisprudenza, scienze politiche e informatica. Ovviamente cerchiamo di selezionare le attività che più possano essere utili ai detenuti, offrendo loro qualche opportunità di reinserimento una volta scontata la propria pena. A questo proposito stiamo puntando forte sul settore agro-alimentare. Con la cooperativa Pausa Caffè dal 2012 abbiamo avviato un forno al quale lavorano 8 detenuti e che distribuisce pane e grissini nei presidii coop e Eataly. Quest’anno parteciperemo anche a Expo 2015 e per questo assumeremo a tempo determinato altri 9 detenuti. Questa è la classica attività con importanti potenzialità di reinserimento. Bisogna ricordare che il livello culturale di chi si trova in carcere di solito è molto basso, anche fra gli italiani. Consentire loro di studiare e di fare percorsi di questo tipo vuol dire dar loro la possibilità di aprire la mente e di guardare al futuro con più forza e speranza, anche se in un periodo di crisi come quello attuale non è facile.

Quali sono le altre attività?
Stiamo lavorando per dare alla cooperativa Coompany& la gestione di un ettaro circa di terreno all’interno del carcere, sperando che ci potranno lavorare altri detenuti. Abbiamo poi in mente di avviare un laboratorio di pasticceria perché un detenuto quando era in libertà era un cuoco professionista specializzato in pasticceria. Per noi può essere una risorsa importante da valorizzare. Siamo alla ricerca del partner giusto per poterlo realizzare. Oltre a questo ci sono in carcere attività artistiche con laboratori di pittura e da quest’anno anche di fotografia, gestiti da Piero Sacchi. Il valore aggiunto di queste attività è il contatto con l’esterno del carcere. C’è stata una collaborazione con la scuola Galilei e sono stati organizzati incontri sia all’interno di San Michele che in città. Noi tendiamo a dimenticarci un po’ dell’esterno e la città si dimentica di noi, ma fra qui e l’istituto Catiello Gaeta (ex don Soria) ci sono più o meno 500 persone che sono comunque parte di Alessandria. Oltre a questo abbiamo avuto un laboratorio di scultura, ora sospeso, e diverse compagnie teatrali che organizzato attività con i detenuti. Quest’anno l’associazione Musica Libera ha organizzato un concerto sia all’interno che all’esterno del carcere. Abbiamo una convenzione con biblioteca di Alessandria per il prestito interbibliotecario, portato avanti grazie all’impegno di 3 ragazzi che svolgono il servizio civile e abbiamo organizzato anche gruppi di lettura, a cui partecipano soprattutto i ragazzi del polo universitario (una decina in tutto).
C’è poi il progetto di volontariato “Cittadella senza sbarre” nel quale sono attualmente inseriti 7 detenuti che svolgono attività di “restituzione sociale” presso la Cittadella di Alessandria per la manutenzione della struttura e la lotta all’ailanto e il progetto in collaborazione con AlessandriaNews.it per raccontare le storie dei detenuti e stabilire così un legame più profondo con la città.
A breve partiranno anche una serie di attività sportive con la UISP: un corso di calcetto, yoga, tennis tavolo, bodybuilding e un corso di preparazione atletica al rugby (funzionando da potenziale vivaio per la squadra di rugby costituita presso il carcere di Torino). Le attività fisica sono importantissime per sfogare tutta l’energia che si accumula in una situazione di detenzione.

Il livello di recidiva fra coloro che escono dal carcere resta mediamente alto. E’ frustrante per un educatore? Come lo si può gestire?
La frustrazione non nasce tanto dal vedere fallire dei percorsi, perché questo è un aspetto che chi fa questo lavoro deve tenere in conto. Bisogna lasciare alla persona la possibilità di autodeterminazione: se si parte con il delirio di onnipotenza, ragionando secondo il modello del “io ti salverò” si parte molto male e si finisce con il non rispettare le persone. Su mille se anche solo una persona riesce davvero a cambiare vita questo è sufficiente per dare un senso a ciò che facciamo. L’aspetto più pesante da gestire è il carico quotidiano di rabbia e sofferenza che ci portiamo dentro. I detenuti scaricano su di noi le loro tensioni e dobbiamo essere bravi a restituirgliele elaborate, trasformandole in messaggi positivi e speranza. E’ un lavoro che a me piace moltissimo e può dare grandi soddisfazioni, anche se sicuramente non è semplice.

Chiudiamo con un sogno nel cassetto. Se avesse da esprimere un desiderio, cosa chiederebbe?
Magari risorse per costruire legami sul territorio. E’ essenziale per la buona riuscita di qualsiasi percorso di reinserimento e un’attenzione maggiore al territorio sarebbe anche la migliore forma di prevenzione possibile. Il carcere finisce per essere visto come un luogo dove tenere lontano chi si ritiene socialmente pericoloso, ma bisogna rendersi conto che sono persone che prima o poi usciranno e senza un sostegno adeguato, a tutti i livelli, il rischio è che si finisca per uscire peggiori di quando si è entrati, o con meno risorse ancora, perché i pochi legami prima presenti duranti la detenzione si deteriorano. La conoscenza della vita del carcere può essere il primo passo per sensibilizzare e magari proseguire il percorso di reinserimento anche all’esterno della struttura. C’è molto pregiudizio su questi temi, e non mi sento neppure di biasimare chi pensa male, perché i casi mediatici fanno scalpore. Un clima diverso però sarebbe fondamentale e sarebbe anche in grado di ridurre di molti i casi di recidiva.

Le è mai capitato di reincontrare detenuti una volta usciti dal carcere?
Sì, mi è capitato di rivederli, per esempio alla Ristorazione Sociale di Alessandria. Loro sono il fiore all’occhiello del lavoro che viene fatto, ma è chiaro che il merito è prima di tutto loro. Osservarli oggi dà commozione e soddisfazione. Sono la prova che il reinserimento si può davvero fare e chi si può cambiare vita. Non sono gli unici casi. Abbiamo studenti di informatica che hanno fatto carriera e mi è capitato in qualche caso che ex detenuti mi ricontattassero per raccontarmi cosa avevano fatto nella vita, che si erano sposati, avevano avuto degli figli, avevano aperto una piccola attività. Questo genere di gratificazioni è così grande che giustifica ampiamente tutti i nostri sforzi.
2/03/2015
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