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Opinioni

Messaggio da Nostra Signora

Il problema dei restauri edili è che sono molto saltuari, quindi spesso il committente (se non è un ente statale che si occupa di un patrimonio molto vasto) non ha la competenza per stilare dei capitolati che prevedano procedure precise per la prevenzione dei rischi
OPINIONI - Le immagini terribili dell’incendio della cattedrale di Notre Dame a Parigi hanno fatto il giro del mondo, commosso e costernato milioni di persone, suscitato la solidarietà spontanea di tanti cittadini francesi e non che hanno donato in pochi giorni più di 3 milioni di euro per la sua ricostruzione “in cinque anni e più bella di prima” come ha promesso il presidente Macron.

Oltre ad aver partecipato all’emozione collettiva molti di noi hanno ricordato (anche con l’aiuto dei giornali) i vari casi di edifici storici italiani che nell’ultimo quarto di secolo sono stati danneggiati, più o meno gravemente, da incendi.

Il teatro Petruzzelli di Bari a fine ottobre del 1991. Il teatro La Fenice di Venezia distrutto a fine gennaio del 1996, la cupola del Guarini del Duomo di Torino e parte del tetto di Palazzo Reale nell’aprile del 1997, il castello di Moncalieri nell’aprile del 2008, un seminterrato del Palazzo reale di Torino nel giugno 2017, la Sacra di S. Michele nel gennaio 2018 e a ottobre 2018 ancora un principio di incendio a La Fenice, nei locali dei gruppi di continuità.

Però anche in Europa, il continente più ricco di edifici storici di pregio, le cose non vanno tanto meglio. Nel 1985 bruciò la torre della più importante chiesa del Lussemburgo, nel 1994 andò a fuoco il Teatro dell’Opera di Barcelona, il Gran Teatre del Liceu, a causa di scintille cadute su un sipario durante normali lavori di manutenzione. Nel 2004 l’incendio della Biblioteca della Duchessa Anna Amalia di Weimar, in Germania, causò danni per 80 milioni di Euro e nel 2018 il Mackintosh Building dell’Accademia di Belle Arti di Glasgow è stato danneggiato per la seconda volta in quattro anni nel corso di un costosissimo processo di restauro.

Nei due casi italiani, gravissimi, come il Petruzzelli e La Fenice, si è trattato di incendi dolosi. Nel primo, ricostruito com’era dopo 18 anni e una spesa di 60 milioni di euro sono stati condannati soltanto i due esecutori materiali, ma non si sono mai identificati, almeno a livello giudiziario, i mandanti. Al secondo caso si potrebbe applicare, con il dovuto rispetto, il titolo del libro di Anna Arendt “La banalità del male” perché l’incendio fu causato da due elettricisti che avevano in subappalto la manutenzione degli impianti del teatro e, essendo in ritardo con i lavori, cercarono di creare un incidente che apparisse una giusta causa per non pagare le penali. Per il disastro immenso che hanno provocato pagarono poi con pochi anni di carcere.

Ma la maggioranza di questi incendi, come anche quello di Notre Dame, si sono sviluppati di sera, nel corso di lavori di manutenzione o restauro e in orari in cui le attività erano sospese, quindi senza la presenza di addetti ai lavori. Sembrerebbe evidente che le procedure di messa in sicurezza dei cantieri alla sospensione dei lavori non ci fossero o fossero insufficienti o non fossero state messe in atto correttamente.

La concatenazione degli eventi che hanno portato alla quasi distruzione della Cappella della Sindone, in base alle indagini del pm chiuse a tre anni dall’accaduto, è emblematica dei particolari apparentemente insignificanti che, invece, possono avere un ruolo determinante in questi disastri. Come scriveva la Repubblica il 20 maggio 1999 “Le fiamme sarebbero state causate, tra le 19 e le 22.50, dal calore sprigionato da una lampada lasciata accesa dagli operai del cantiere. Calore che avrebbe surriscaldato un sacco, dimenticato sui ponteggi in legno, contenente ovatta imbevuta di solventi. L' incendio investì poi i ponteggi (120 mila chili di legno, contro ogni norma di sicurezza) e infine l’ala nord di Palazzo reale. Qui l'allarme antifumo suonò alle 22.50, ma i superficiali controlli dei custodi avrebbero dato esito negativo. Almeno fino alle 23.47, quando finalmente fu avvistato il fumo da una finestra e vennero chiamati i vigili del fuoco”.

Alla banalità dei fattori umani e tecnici dobbiamo poi aggiungere i problemi della giustizia italiana. Il processo per il rogo del Duomo si è chiuso alla fine di Settembre del 2004, a sette anni dai fatti, con 5 condanne ad alcuni mesi di carcere (massimo 10): a quattro dipendenti della ditta Fantino, che svolgeva i restauri nella cattedrale, e ad uno dei custodi di Palazzo Reale. Il trafiletto di la Repubblica del 28 Settembre 2004 si chiudeva così: “Il reato di incendio colposo contestato alle 5 persone condannate si prescriverà fra 15 giorni, ma la sentenza di ieri servirà allo Stato (proprietario della cupola del Guarini e di Palazzo Reale), in sede civile per chiedere i danni alla Fantino”. Quindi le condanne sono state prescritte e non so se ci sia mai stato qualche risarcimento. Del resto la sproporzione fra il prezzo dei lavori da svolgere e i danni che si possono provocare è tale che soltanto un’assicurazione sottoscritta dal committente potrebbe coprire incidenti del genere, e non so se gli enti pubblici usino questa pratica.

Ma torniamo agli aspetti tecnici. Al di là della competenza specifica degli operatori, i lavori edili non sono certo tra quelli che richiedono un’alta precisione, ordine e pulizia dell’ambiente circostante, attenzione per gli effetti che il nostro lavoro può avere attorno a noi e sotto di noi, se siamo su un soppalco. Basti pensare che l’incendio di una parte del tetto della Sacra di S. Michele sembra sia stato causato da un uso maldestro di un cannello per scaldare i fogli di catrame usati per l’impermeabilizzazione... e non c’era un estintore a portata di mano!

In ambienti industriali più organizzati, dove gli impianti da manutenere sono complessi, i lavori vengono pianificati nei dettagli e le procedure sono precise e vengono rispettate, sia per l’attività da svolgere che per la prevenzione di incidenti. Nei cantieri dove vengono eseguiti lavori “caldi” alla fine del turno il capocantiere procede ad una ispezione dettagliata di tutti i punti, vengono staccate le alimentazioni elettriche e quelle di aria compressa, vengono portati via i detriti, gli scarti e gli imballaggi e depositati nei luoghi preposti. Non si lascia nulla (almeno il prevedibile) al caso.

Per non parlare dei luoghi dove il valore dell’”oggetto” da manutenere è massimo: il corpo umano in sala operatoria. Lì tutto è definito da protocolli precisi e sperimentati, ognuno sa esattamente quali sono i suoi compiti e ne è responsabile, tutto ciò che viene utilizzato durante l’operazione viene contato prima e dopo: ferri, garze, sacche, siringhe ecc. (niente può essere dimenticato nel corpo del paziente...).

Il problema dei restauri edili è che sono molto saltuari, quindi spesso il committente (se non è un ente statale che si occupa di un patrimonio molto vasto) non ha la competenza per stilare dei capitolati che prevedano procedure precise per la prevenzione dei rischi e non è quindi in grado di verificare che le aziende che partecipano alla gara siano dotate di per se delle procedure necessarie e che i loro dipendenti siano in grado di usarle. Se poi si lascia aperta la porta ai subappalti, il controllo della qualità di chi verrà a fare il lavoro diventa evanescente.

Forse c’è spazio, anzi necessità, che le associazioni di categoria coinvolte in queste tematiche producano delle linee guida, delle procedure, che magari si formi un albo di consulenti che possano controllare i lavori per conto dei clienti e anche che si organizzino dei corsi di formazione per chi è destinato a svolgere attività apparentemente semplici, di valore aggiunto relativamente limitato, ma di enorme potenziale pericolosità a causa dell’altissimo valore degli edifici su cui si andrà ad operare.

Così, almeno, metteremmo a frutto il messaggio che ci è arrivato recentemente da Nostra Signora.
2/05/2019
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it
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