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Cinema

Halloween

Il nuovo "Halloween" si propone di rendere omaggio alle scelte stilistiche e narrative di un piccolo gioiello della produzione americana indipendente di fine anni Settanta, girato in soli venti giorni con un budget di soli 300.000 dollari e capace di incassarne senza sforzo apparente ben 70 milioni.
CINEMA - “Face your fate - Affronta il tuo destino”: la locandina di lancio dell’ultimo episodio (il decimo) della saga horror con protagonista il folle assassino seriale Michael Myers, remake e reboot dell’originario Halloween di John Carpenter, considerato il capostipite del genere slasher, non lascia adito a dubbi. Il Destino, in questo caso, sta nel volto (anche a livello etimologico); anzi, per essere più precisi, nel non-volto, nelle fattezze misteriose dello Psicopatico per eccellenza, prontamente rivestite nel 1978 da una maschera - quella del capitano Kirk di Star Treek, acquistata dalla produzione per un dollaro e poi rimaneggiata sino ad annullarne in maniera irrimediabile i connotati - che lo fece assurgere al rango di mostro senza identità e incarnazione del Male per eccellenza.

Quest’ultima rielaborazione cinematografica dell’archetipica figura dell’Uomo Nero che risorge ogni volta dalle profondità dell’inconscio per seminare terrore e morte senza motivo, spinto - come la maggior parte dei simboli neri dell’immaginario - da una pulsione atavica, del “boogeyman”, appunto, che rappresenta l’incontro con il Perturbante freudiano di una little America puritana e repressiva ma esteriormente accogliente, con le sue villette bianche artificiose (come la maschera di Michael), i porticati e le stradine alberate, è - in realtà - la storia di un rendez-vous finale.

Un improbabile Armageddon, insomma, o - sull’onda lunga della citazione - un’epica sparatoria all’O.K. Corral, giocata dal regista David Gordon Green (l’autore di George Washington, Strafumati, Joe), grande appassionato della saga, come truculenta sfida all’ultima coltellata fra la ex scream queen e final girl Laurie Strode-Jamie Lee Curtis (esordiente all’epoca del film di Carpenter, qui madre e nonna, segnata nel viso, nel corpo e nella psiche dai deleteri effetti dell’esperienza vissuta la notte di Halloween di quarant’anni prima, oltre che dall’inesorabile trascorrere del tempo) e l’araba fenice Meyers-Nick Castle (ora regista a sua volta, attore e sceneggiatore: si era trovato sul set primigenio solo in qualità di assistente, venne scritturato per il ruolo).

Un sanguinario duello al sole dei ritrovati fantasmi, ma pugnacemente notturno, declinato con furore all’interno di una pellicola espressionista in atmosfere e luoghi, citazionista e un po’ macchinosa a livello narrativo: che, tuttavia, ha il sapore di una rifondazione e che lascia, evidentemente, il prospettato finale aperto a possibili sviluppi futuri.

Dietro la maschera, deus ex machina dell’abile operazione cinematografica, c’è il sempiterno (proprio come Michael, l’infernale personaggio da lui inventato sul modello del pistolero-robot assassino impersonato da Yul Brynner nel film di Michael Crichton Il mondo dei robot, 1973) John Carpenter, nelle vesti di produttore esecutivo e arrangiatore della colonna sonora originale di cui è autore, che tanto ha contribuito - con le inquietanti sonorità frutto del missaggio tra sintetizzatore, pianoforte e percussioni elettroniche - a esacerbare l’atmosfera sinistra del film, insieme all’uso di un’illuminazione bluastra, di scioccanti carrellate in steadycam e di un piano sequenza iniziale entrato di diritto nella leggenda del cinema slasher.

Il nuovo Halloween si propone di rendere omaggio alle scelte stilistiche e narrative di un piccolo gioiello della produzione americana indipendente di fine anni Settanta, girato in soli venti giorni con un budget di soli 300.000 dollari e capace di incassarne senza sforzo apparente ben 70 milioni.

“Abbiamo i temi di base del primo film, ma li abbiamo migliorati con la nuova tecnologia con cui lavoriamo oggi”, ha precisato Carpenter in recenti interviste. “È stato come un viaggio nel tempo. All'epoca stavo lavorando con amplificatori a Twt che dovevi sintonizzare. Oggi è incredibile, ma abbiamo inventato una nuova musica in certi posti che lo richiedevano, non è possibile semplicemente riadattare qualcosa, ma lavorare per il film, quindi era una combinazione di due cose, vecchie e nuove, ed è stato semplicemente uno spasso. […] Sapete, ho parlato degli Halloween per un lungo periodo, i sequel non li ho nemmeno visti tutti. Non so nemmeno cosa ci fosse veramente dentro, ma alla fine ho pensato: beh, se finirò per dare fiato alla bocca e parlarne lo stesso, perché non provo piuttosto a renderlo migliore possibile? Potrei offrire un qualche consiglio. Potrei parlare con il regista. Mi piace molto il regista. Mi piace la sceneggiatura. Quindi, capite, smettere di lanciare sassi da bordocampo e mettermi lì e provare a fare qualcosa di positivo”.

Certo non è impresa facile, anche per un allievo diligente e di talento come Gordon Green, eguagliare le inarrivabili vette del genio creativo di un maestro del genere e della sua opera più vertiginosa e sconvolgente.

L’operazione, inevitabilmente, riesce solo a metà: vale come rispettoso omaggio, esaltazione di una pellicola cult, di cui si riscoprono i fondamenti dopo innumerevoli sequel che - nei decenni - si sono allontanati parecchio dall’originale (in particolare le due versioni di Rob Zombie Halloween-The Beginning e Halloween 2, sugli schermi tra il 2007 e il 2009, criticate dallo stesso Carpenter).

Tra i difetti possiamo elencare la piattezza e prevedibilità di certi snodi narrativi, la debolezza di alcuni personaggi, come quello dello psichiatra Ranbir Sartain, pallido emulo del predecessore Sam Loomis interpretato da Donald Pleasence, l’assenza, insomma, del “Carpenter touch”.

Tra i pregi, invece, annoveriamo la buona costruzione di alcune scene (vedi l’incipit nel cortile, con pavimentazione a disegni geometrici, dell’ospedale psichiatrico e la sequenza della mattanza in autogrill), così come la soluzione narrativa che prevede il tramandarsi della lotta all’Uomo Nero per via esclusivamente femminile (mentre il cosiddetto “sesso forte”, come da specchio dei tempi, viene ben presto messo in crisi ed eliminato) e il rimescolamento dei ruoli tra vittima e carnefice.

Sull’intero cast attuale, come in quello del 1978, prevale - con la forza che le deriva dalla scrittura drammaturgica del personaggio e dalla sua recitazione - Jamie Lee Curtis, psicoanalitica dark queen dal fascino controverso, che si aggira inquieta e inquietante per le strade e tra le case di Haddonfield nell’Illinois, città natale della sceneggiatrice storica di Halloween, Debra Hill.

E’ lì, in quella minuscola fetta di mondo assurta a simbolo del gotico americano, che continua ad andare in scena una magistrale favola orrorifica, che racconta di una ferita profonda inferta al cuore di tutto ciò che è domestico, abituale, consueto.

L’orrore nasce dentro le quattro mura, nell’infanzia, in quella che dovrebbe essere la culla rassicurante dell’istituzione familiare.

Come recita la tagline di Halloween 2: nel bene e nel male, “La Famiglia è per sempre”.

Halloween
David Gordon Green
Usa, 2018, 104’

Sceneggiatura: David Gordon Green, Danny McBride, Jeff Fradley
Fotografia: Michael Simmonds
Montaggio: Tim Alverson
Scenografia: Missy Berent Ricker
Musica: John Carpenter

Cast: Jamie Lee Curtis, Judy Greer, Andi Matichak, Nick Castle, Will Patton, Toby Huss, Virginia Gardner

Produzione: Blumhouse Productions, Miramax Films, Trancas International Films

Distribuzione: Universal Pictures
3/11/2018
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