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Opinioni

Fakebook

Cambridge Analytica raccolse informazioni su più di 50 milioni di utenti Facebook. Informazioni che, oltre a nome, nascita, residenza, storia scolastica e lavorativa includevano le preferenze, espresse con il simbolo del pollice-su di Facebook, su notizie, storie e post apparsi on line e che venivano rielaborate in “psicografie” individuali
OPINIONI - Il primo commento che viene spontaneo è: il toro che dà del cornuto all’asino.
Sto parlando dell’Occidente (o una certa parte di esso) e della sua polemica contro la Russia accusata di avere influenzato le elezioni politiche in vari paesi.
Erano mesi che andava avanti la propaganda (termine ormai desueto, che rivela la mia età...) contro Putin e i suoi hacker di S. Pietroburgo che avrebbero sparso notizie false e tendenziose (pardon, fake news) per far vincere un partito (pardon, un “leader”) nelle elezioni in vari paesi occidentali tra cui gli Usa e anche l’Italia (ma allora contiamo ancora qualcosa... almeno per qualcuno!).

Ed ora si scopre che, in realtà, a condizionare le elezioni sono state le migliori menti dell’Occidente da anni raccolte nelle società più avanzate nella elaborazione e gestione dei Big Data. E questa non sembra essere una fake news sparsa dai russi...
Mi vengono spontanee alla mente, da applicare ai mezzi di informazione e ai politici occidentali, le parole di Gesù “Ipocrita, trai prima dall’occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per trarre il bruscolo dall’occhio del tuo fratello.” Ma qui entriamo nel campo della morale, che non si applica agli stati, e non è applicata dalle aziende, anche se tutti si appellano ad essa quando fa comodo.

Ma c’è un altro aspetto di questa storia che mi ha dato soddisfazione perché conferma quanto scrivevo un mese fa (Diavoli tentatori) sull’opportunità degli agenti o giornalisti provocatori per smascherare la corruzione e il malaffare. Infatti nel caso in questione la bomba (o una delle bombe) è scoppiata perché è stata resa pubblica da Channel Four la registrazione di un colloquio tra Alexander Nix, a.d. di Cambridge Analytica, e un giornalista fintosi imprenditore interessato ai servizi della società.

E qui viene veramente la sorpresa, una consolazione per gli amanti dei metodi antichi, una rivalsa contro tutte le sofisticherie dei nativi digitali, una vendetta contro tutti gli algoritmi informatici di questo mondo. Alexander Nix è stato licenziato da Cambridge Analytica, scrive la Repubblica del 21 marzo, «per quelle dichiarazioni “rubate”... dove parla di escort ucraine usate per compromettere candidati e trappole per corrompere avversari». Accidenti, vi rendete conto? Il genio dei Big Data, il re della superprofilazione degli utenti di Facebook, il mago della manipolazione delle coscienze degli ignari internauti, quello che è capace di modificare il pensiero politico della gente attraverso i social media, quando c’è da fare sul serio che fa? Ricorre a “the basics”, torna all’analogico, anzi, all’hardware, alle cose essenziali che contano per l’essere umano... Diceva un mio collega “La lira e la (r)iga fanno girare il mondo”. Ma è così da sempre. Alla fine niente di nuovo sotto il sole... nemmeno nei metodi: corrompere e coinvolgere in scandali l’avversario per squalificarlo.
Ma dov’è la novità, dov’è il pericolo, dov’è la minaccia alla sicurezza degli stati e alla vita dei cittadini?
Non certo lì, anche se questi metodi sono ovviamente riprovevoli.

Ma il polverone mediatico, lo scandalo, lo sdegno dell’opinione pubblica, l’allarme delle organizzazioni politiche, la preoccupazione delle strutture governative e burocratiche internazionali trova invece le sue ragioni sostanzialmente in due elementi.

Il primo è il furto di dati personali, registrati sulla piattaforma di un social media, furto in cui l’imputato non è più Cambridge Analytica, ma diventa Facebook nella persona del suo fondatore Mark Zuckerberg, che se li è fatti rubare.

Il secondo è la sensazione che il Grande Fratello sia ormai fra noi e possa manipolare le nostre idee e le nostre emozioni condizionando le nostre scelte e la nostra vita.

Tutto è scoppiato dalle rivelazioni pubblicate dal Guardian e dal NY Times il 17 marzo e fatte, secondo quanto scrive The Independent, da Christopher Wylie, un giovane canadese, studente fallito ma abilissimo nel software, cha nel 2010, a venti anni, si trasferì a Londra e nel 2013 cominciò a lavorare per il gruppo Scl che, a suo dire, “conduceva attività di informazione in giro per il mondo e lavorava anche in campagne pubblicitarie in paesi africani.” Come direttore della ricerca Wylie ha partecipato nel 2014 alla fondazione di Cambridge Analytica, una filiazione americana finanziata dal miliardario Robert Mercer, presieduta da sua figlia Rebekah e da Steve Bannon (che diventerà lo stratega della campagna elettorale di Trump), società che si doveva concentrare sulla politica negli Usa.

Con l’aiuto di un psicologo russo-americano che insegna a Cambridge, Aleksandr Kogan Wylie mise a punto una app chiamata thisisyourdigitallife in cui si offriva un dollaro a chi la scaricava e compilava un questionario coi propri dati e opinioni su una serie di domande o reazioni a certe parole chiave. Il “trucco” stava nel fatto che grazie ad una funzionalità ufficiale di Facebook (Graph Api 1.0) era possibile accedere anche ai dati degli amici dei partecipanti. Così nel giro di poco tempo, investendo 270 mila dollari nei questionari, Cambridge Analytica raccolse informazioni su più di 50 milioni di utenti Facebook. Informazioni che, oltre a nome, nascita, residenza, storia scolastica e lavorativa includevano le preferenze, espresse con il simbolo del pollice-su di Facebook, su notizie, storie e post apparsi on line e che venivano rielaborate in “psicografie” individuali.

Nel 2015, dopo che un bel po’ di buoi erano scappati dalla stalla, dato che la funzionalità era stata introdotta nel 2010, Facebook la chiuse.
Ma lo fece in sordina, senza pubblicità e senza informare gli ignari utenti “derubati”. Questa è la vera colpa di Zuckerberg.

Un altro aspetto legale riguarda il fatto che sembra che i dati fossero stati raccolti ufficialmente per scopi scientifici e, invece, sono stati venduti o comunque utilizzati a scopo di lucro. E qui il problema potrebbe essere di Kogan o dei dirigenti di Cambridge Analytica, visto che Facebook nel 2016 aveva chiesto a Wylie e Kogan di distruggere i dati e Wylie lo ha fatto.

Ora, se la storia è andata così e Facebook ha chiuso effettivamente l’accesso ai dati degli amici degli utenti nel 2015, perché se la prendono tutti con Zuckerberg, adesso, come se il problema fosse attuale? Perché fare queste sceneggiate a livello politico chiamandolo davanti al Senato americano, al Parlamento londinese o a Bruxelles? Solo perché i governi si sentono in dovere di dimostrare interesse allo “sdegno” suscitato nel popolo di Facebook per il furto di dati privati?

Oppure c’è dell’altro?
Io ho l’impressione che, almeno in Europa, particolarmente in Italia, si colga l’occasione della privacy violata per dar forza ad un'altra causa, peraltro giusta. La Stampa del 21 marzo riporta le parole del ministro Calenda “Colossi come Facebook e Amazon devono sottostare a regole di privacy e responsabilità fiscale. Un uso incondizionato dei dati non può succedere in Europa”.
E anche Taiani, presidente del Parlamento Ue, a proposito della web tax proposta dalla Commissione europea, dice nella sua intervista: “...non è possibile che questi grandi soggetti, senza produrre occupazione, facciano concorrenza sleale, senza pagare le tasse, spesso contribuendo a distruggere le identità culturali di tanti paesi” .

Ma aggiunge “Ma la web tax non basta. Ci devono essere regole chiare sulle fake news e sulle diffamazioni” e più avanti “Dobbiamo essere in grado di evitare che alle elezioni europee del 2019 qualcuno possa immaginare di sfasciare l’Europa con mezzi illegali e ovviamente dobbiamo impedirlo anche a chi avesse un progetto politico opposto”. A parte il linguaggio poco comprensibile, il “sentiment” è chiaro: sono tutti convinti che oggi coi mezzi che qualcuno possiede sia possibile non solo influenzare, ma anche determinare le decisioni del pubblico, in tutti i campi compreso quello politico.

E veniamo quindi al secondo elemento di cui parlavo prima. È vero che il Grande Fratello ha fatto questo salto di qualità? Io mi ricordo che già alla prima discesa in campo di Berlusconi si diceva la stessa cosa per via della potenza delle sue televisioni...
La novità di oggi, grazie all’uso dei big data, è nella possibilità di profilare i singoli utenti/cittadini in modo individuale, ma in quantità massive tali da rendere disponibili informazioni precise dei gusti, delle idee, dei sentimenti di intere (o quasi) popolazioni. Questo è ovviamente utile dal punto di vista commerciale per mirare ai gusti dei singoli clienti, e di questo nessuno sembra preoccuparsi. Ma da lì a concludere che con gli stessi mezzi è possibile modificare l’opinione politica dei singoli cittadini ce ne passa.
Succede, invece, che è la campagna elettorale, è la propaganda dei partiti ad essere condizionata da queste informazioni per fare in modo di “piacere” alla maggior parte degli elettori. E in questo senso i nuovi mezzi sono molto più potenti e raffinati. Lo stesso Christopher Wylie riferisce che fu sorpreso quando sentì Trump citare, a proposito dei migranti, termini come “svuotare la palude” e “costruire un grande muro”, termini che erano stati sviluppati da Cambridge Analytica nei questionari del 2014.
Ma anche solo seguire i gusti della gente non è un gran bene: la politica rinuncia in questo modo alla guida del paese e si mette a rimorchio dei sentimenti dei più, che tendono facilmente ad esasperare gli egoismi piuttosto che esaltare gli interessi delle comunità. Lo abbiamo visto anche in Italia da quando si è cominciato ad usare i sondaggi demoscopici sui temi delle campagne elettorali.

Parecchi commentatori pensano che in realtà Cambridge Analytica più che a influenzare l’elettorato americano sia stata molto brava a vendersi come tale al miglior offerente guadagnando un mucchio di soldi (5 milioni di $ solo da Trump) e facendo fare carriere fulminanti a qualcuno.
Aveva cominciato a lavorare per Ted Cruz e, quando questi, a sorpresa, nel febbraio 2016 vinse le presidenziali repubblicane nello Iowa contro Trump, se ne attribuì il merito. Nix scriveva in un articolo “Cambridge Analytica ha lavorato per la campagna da un anno e ha sviluppato modelli predittivi per identificare, coinvolgere, persuadere e produrre votanti per Cruz”.
Quattro mesi dopo, nel giugno 2016, Cambridge Analytica fu assoldata da Trump, che aveva vinto le primarie, e Bannon fu arruolato come stratega.
Ma a febbraio di quest’anno nell’audizione davanti al Comitato Digitale, Cultura, Media e Sport del Parlamento inglese lo stesso Nix ha giocato al ribasso dicendo che l’articolo era il “frutto di un consulente di Pubbliche Relazioni un po’ troppo zelante” e che il lavoro che Cambridge Analytica fa “non differisce da ciò che l’industria della pubblicità in generale fa nel mondo commerciale”.
Insomma sono machiavellici condizionatori della gente o sono venditori di spazzole (ma sempre ben pagati...)?

In conclusione, se è oggi relativamente facile conoscere le opinioni delle singole persone è molto più difficile confezionare una propaganda elettorale che convinca la maggioranza della popolazione senza essere costretti a fare proposte contrastanti e contraddittorie. Quando i candidati sono due, come alle presidenziali, alla fine uno vince per forza. Ma, quando la situazione è più complessa, determinare il risultato è molto più difficile, se non impossibile. Lo abbiamo appena vissuto in Italia in cui le recenti elezioni non hanno prodotto alcuna maggioranza.

Ma gli eventi nel corso del dopo elezioni stanno dimostrando che i politici italiani hanno tecniche che Cambridge Analytica neanche immagina: non puoi proporre un programma che soddisfi la maggioranza dei cittadini? Metti due partiti in competizione e due programmi incompatibili (flat tax e reddito di cittadinanza) in modo che gli elettori votino o per l’uno o per l’altro. E dopo le elezioni i due partiti si mettono insieme per governare, alla faccia delle promesse fatte.
Non è geniale?
1/04/2018
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it
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